Reset


Apro gli occhi. Dove sono?
È buio e qualche raggio di luce filtra da una tapparella non completamente chiusa.
Ho la nausea, la testa mi duole e quel poco che mi sembra di vedere della stanza ruota senza sosta.
Sono disteso su qualcosa di morbido, credo un divano. Non sono in grado di alzarmi. Chiudo gli occhi ancora per un po'.

Voci.
Mi sveglio.
Nella stanza c'è luce che proviene da una finestra. Un ragazzo e una ragazza parlano in maniera concitata. Non credo si siano accorti che mi sono svegliato. Non mi sembra di conoscerli.

La variabile Zeno


Zeno aprì gli occhi e impiegò alcuni secondi perché il corpo biosintetico riuscisse a mettere a fuoco ciò che aveva davanti dopo il trasferimento mentale. Probabilmente quell'organismo non era mai stato usato, ma Zeno fece comunque un controllo preliminare prima di uscire dalla capsula. Tutto funzionava correttamente e i muscoli rispondevano ai suoi stimoli, anche se avevano un leggero ritardo. Servivano alcuni minuti per recuperare la piena sensibilità articolare. Spinse il pulsante per l'apertura del portello e lentamente fece i primi passi ancora stentati.
Come previsto la stanza era completamente spoglia eccetto un piccolo armadietto contenente dei vestiti, una carta con alcuni crediti e un documento sul quale Zeno vide per la prima volta il suo volto. Occhi e capelli castani cortissimi, un naso e una mascella importanti che si adattavano perfettamente a un viso duro.

Cronache dall'estinzione



Sante stava attraversando già da alcuni giorni il deserto quando finalmente vide in lontananza le rovine di Gorgona che si stagliavano tetre nell'orizzonte, parzialmente oscurate dalla foschia.
Il viaggio nel deserto era stato provante e ormai Sante aveva terminato quasi tutte le riserve di cibo. Aveva programmato da tempo il trasferimento a Gorgona e si era preparato scrupolosamente, ma se non avesse trovato qualche cereo da cui estrarre acqua, avrebbe esaurito troppo presto le riserve che aveva preparato.
Arrivò alla grande città in rovina verso sera, seguendo una superstrada costellata di automobili abbandonate. Ormai l'inquietante cielo verde del tramonto di questo nuovo mondo alla fine del mondo donava ai ruderi un aspetto sinistro.

Omodistruzione


Avvelenamento catodico
necrosi neuronale
mancanza di sinapsi

occhi che chiedono
domande puerili
risposte evasive

Carne ancestrale


Parte I - L'ombra sfasata

Il ponte di Elazar s'intravedeva a malapena nell'oscura nebbia di Gorgona. Quando l'antico sovrano ormai dimenticato da secoli aveva fatto costruire il ponte che poi prese il suo nome, le acque del fiume Lehay erano ancora limpide e scintillanti. Ma negli anni, con la crescita smisurata di Gorgona, il fiume si era trasformato in una fogna a cielo aperto e il ponte un tempo tanto celebrato era stato dimenticato così come il suo sovrano.
Rando si nascose alla base del ponte in attesa, fra le ombre. Era da tempo che preparava la rapina e aveva pensato a ogni particolare. Il vecchio era un uomo sfuggente, ma si diceva che trasportasse con sé innumerevoli oggetti pregiati e certamente magici. Probabilmente ciò che aveva addosso era inestimabile. Tutti gli avevano sconsigliato di tentare l'impresa, ma Gorgona non conosceva ancora Rando.

Oblio Sintetico

Uomo trascurato con innesti cibernetici e occhio sanguinante entra in un club neon tra la fitta nebbia di una città distopica

Le strade del quadrante 37 sono come sempre avvolte nella penombra. Una pesante foschia fumosa e oleosa impesta l'aria facendo bruciare la gola e lacrimare gli occhi.

Nelle traverse delle direttrici i mezzi non transitano più da anni, perché ormai le strade sono irrimediabilmente occupate da rifiuti e carcasse di auto incustodite e il passaggio è consentito solo ai pedoni. Vivere in questa zona abbandonata di Gorgona non è facile, ma quasi tutti gli edifici sono abusivamente occupati e trovare un alloggio è più facile che in altri quadranti e soprattutto più economico. Prima o poi il governo centrale della megalopoli si accorgerà di questo quadrante dimenticato e inizierà con le ristrutturazioni, come è successo qualche anno fa col quadrante 12. Gli abusivi sono stati cacciati, disperdendosi negli altri quadranti più bassi, ma la rinascita del 12 non c'è mai stata. Oggi l'intero quadrante è un enorme cantiere abbandonato, forse ancora più pericoloso di com'era quando era abitato.

Gli effimeri



Vite leggere, impapabili,
istanti di gioia e dolore.
Cerche infinite istantanee,
condanne ineluttabili.

I parassiti


Questo racconto è il secondo capitolo di un progetto più lungo che s'intitola L'evoluzione. Vi consiglio di iniziare la lettura dal primo racconto.

Mi trovo a Gorgona da appena quattro giorni e sono già riuscito a eliminare tre­dici parassiti. Secondo le mie fonti non dovevano essere arrivati da queste parti da molto tempo, è incredibile che se ne incontrino così tanti. O ci sono state delle catene di infe­zioni che non siamo riusciti a individuare oppure questo ceppo di parassiti ha imparato a riprodursi molto velocemente. In genere impiegano circa dieci mesi per creare un pa­rassita figlio e, considerando che nei primi mesi di infezione non sono del tutto attivi, solo dopo più di un anno un infestato può liberare un nuovo organismo.

Il nome


Tutta l’oscura vicenda di Devis Missori iniziò una notte quando aveva appena sette anni. Il bambino fece uno strano sogno e si svegliò la mattina seguente dicendo di aver visto un uomo molto vecchio vestito con una tonaca sgualcita interamente nera.

Devis Missori era un bambino alto e precocemente sviluppato, ma la sua corporatura era talmente esile da sembrare più piccolo dei coetanei. Spiccava in lui l'intelligenza. Già dai primi mesi i suoi occhi si muovevano vorticosamente per osservare nei minimi particolari gli ambienti che lo circondavano. Iniziò molto presto a parlare stupendo coi suoi discorsi già complicati i genitori e i parenti. Non si era mai visto nella famiglia un simile bambino. Considerate le sue incredibili doti iniziò a frequentare la scuola a soli cinque anni e non a sei come la maggior parte dei bambini faceva. Il biondo Devis aveva un'altra caratteristica che lo rendeva ancora più particolare.

Post-Genesi


Ossa, carne e silicio,
un corpo biocibernetico,
simulacro innaturale,
si staglia su un cielo morente.

Plastica e nervi si fondono,
pelle sintetica ricopre
muscoli con geni inumani.

Fonte Miracolosa


Mi trovavo in una strada poco praticata per evitare la città di Gorgona, a quei tempi infestata dal colera, e mi capitò di attraversare un luogo denominato Fonte Miracolosa. Era la prima volta che mi avventuravo in quei territori e, pensando che il mio cavallo avesse bisogno di bere, decisi di fare una sosta, in quanto conoscevo l'esistenza di codesta fonte. Tuttavia non fu facile trovarla, perché era ben nascosta nella boscaglia. Non dico la mia delusione quando la vidi e mi accorsi che era secca, probabilmente ormai da molto tempo: solo un rivolo di acqua infangata scendeva da una roccia e andava a depositarsi in una lurida pozzanghera. Quel luogo era comunque ben ombreggiato e fresco, adatto per riposare qualche minuto.

Anamnesi anacastica


Caldo, sudore, sapore molesto.
Parole di cera si sciolgono.
Un ritmo sbiadito d’umore
che canta cadente, stridente.

Carne bruciata, malata
di scempi avvizziti,
celati, germogliati in un bozzo.
Un male, che sale, crescente.

Il Cacciatore


E’ buio ed è già passata mezzanotte da parecchio tempo. Credo sia opportuno tro­vare un posto in cui dormire, non voglio rischiare di rimanere in un angolo di que­sta lu­rida e fetida città. Gorgona può diventare pericolosa anche per un uomo come me. Entro nel primo locale che trovo. Tutti gli avventori interrompono quello che stavano fa­cendo per guardarmi e mi seguono con gli occhi finché raggiungo il ban­cone. Il loro at­teggiamento è indifferente, ma mi infastidisce ugualmente. Probabilmente anch’io mi com­porterei come loro, al giorno d’oggi uno straniero può sempre rappre­sentare un poten­ziale pericolo. Il barista tarda ad arrivare e io ho il tempo necessario per guardarmi un po’ attorno.

Olio nero



Un vicolo scarsamente illuminato da freddi faretti led si perde fra neri palazzi di decine di piani. Un rivolo di acqua putrida e maleodorante si scarica in strada da un pluviale spaccato. Cumuli di rifiuti e cartacce riempiono gli angoli e da essi sciamano topi e insetti al mio passaggio. Un'unta foschia mista a fumo aleggia nell'aria. Una porta di metallo nella parete a sinistra con la maniglia rotta presenta tracce di ruggine fra la vernice scrostata. Nella parete a destra l'intonaco marcio è quasi completamente caduto e rende irriconoscibile un vecchio murale.

L'ultimo giorno



Con passi deboli e malfermi mi aggiro ancora una volta in quel dedalo di cunicoli e pas­saggi che sono i bassifondi della tetra Gorgona e, come sempre senza una preci­sa meta, cerco risposte apparentemente plausibili ai miei dogmi inspiegabili. Inu­tilmente.

Ombre illusorie, nere come una notte senza luna, attraversano la mia strada. Si fermano e mi fissano. Poi se ne vanno dileguandosi nel nulla profondo da cui sono ve­nute. Posso vedere nei loro sguardi bui solamente altre domande. Le ombre scure si affollano attorno a me, vorrebbero impedirmi il cammino, ma, come fossero vecchie ragnatele appesantite e rese grigie dalla polvere, le spezzo con facilità e proseguo. Solo.

L'invarianza dell'atomo



Fin dai lontani tempi dell'infanzia sono sempre stato considerato una mente brillante e, già dai primi anni di studio, chi mi ha seguito e si è occupato di me, ha, in ogni occa­sio­ne, affermato con certezza che, in futuro, sarei in­dubbiamente diventato un grande scien­ziato e un geniale inventore.

Forse influenzato da ciò che gli adulti dicevano di me o forse guidato da caratteristi­che intrinseche, il mio amore per la scienza e per la ricerca non ha tardato a manifestarsi e, già quando ero solo un ragazzino, ero affascinato dai fenomeni fisici e chimici che il mondo mi presentava ed ero desideroso di poterli controllare. Ho avuto la possibi­lità di frequen­tare le migliori scuole e iscrivermi alla mi­gliore università esistente grazie alle mie quali­tà, ma, so­prattutto, grazie agli ingenti fondi messi a mia disposizio­ne dalla mia ricchis­sima famiglia.

Il palazzo


Aprii gli occhi di scatto, come se qualcuno mi avesse svegliato di soprassalto. Ero stordito e mi trovavo in una stanza buia. Mi sentivo molto stanco, avevo dormito sul pavimen­to in una posizione innaturale come se vi fossi stato gettato malamente. Provai ad ascoltare attentamente, ma non sentii rumori. Sembrava non ci fosse nessuno vicino a me. Nel luogo in cui mi trovavo regnavano le tenebre e, cercando invano una finestra per fare un po' di luce, trovai per caso una porta. Doveva essere costituita di legno molto antico a giudicare da come scricchiolò mentre la aprii. Mi ritrovai così in un balla­toio illuminato. Davanti a me una rampa di scale scendeva a destra e una saliva a sinistra. Non un rumore proveniva dalle due direzioni. Non sapevo assolutamente dove andare né cosa fare, perciò mi soffermai un attimo a pensare. Fino ad allora avevo agito d’istinto. Non avevo mai visto in vita mia quelle scale. Ne ero certo. Non mi ricordavo da che parte ero arrivato in quella stanza in cui mi ero svegliato. Non mi ricordavo, per la verità, nemmeno di esserci arrivato.

Il Guardiano


I ricordi di questa storia vanno sempre più perdendosi nei meandri del mio cervello. Devo ormai fa­ticare per risalirne all’inizio, ma con uno sforzo ci riesco. Mi trovai, solitario, a percorrere una buia ed impervia strada di montagna dopo aver terminato un servizio fotografico a Gorgona. La mia automobile saltellava sulle buche del cammino accidentato, mentre la mia mente pensava al resto della troupe che era rimasta in città e aveva preso alloggio in un albergo. Saggia decisione la loro. Io, causa altri impegni, non ero potuto restare ed ero scappato via il prima possibile. L’indomani avrei dovuto iniziare a lavorare per un nuovo e importantissimo servizio a Boscoscuro pratica­mente all’alba e non potevo arrivare in ritardo. Non avevo mai affrontato quel tragitto im­merso nei boschi secolari di montagna prima di allora e mi persi o, almeno, credetti di essermi perso.

Facilis descensus Averno*

 

Cammino solo immerso nel buio di Gorgona. Qualche vecchio e sporco lampione non emana suffi­ciente luce per illuminare tutta la strada, ma s'insinua debolmente fra le tenebre. Un maligno vento gelido mi scosta il cappotto e mi fa rabbrividire. Le vie che per­corro sono luride e gli sguardi vuoti degli edifici che le costeggiano mi intimoriscono. Un uomo coperto di cartoni e di stracci sta dormendo accasciato in un an­golo. Continuo a camminare e lo supero senza distur­barlo. Mi pare di scorgere una figura in lontananza, si sta avvicinando con passo veloce. Sembra venire pro­prio verso di me. Credo sia una donna. Mi si ferma da­vanti e si aggrappa al mio collo. Mi fissa negli occhi, l'osservo. Ha i capelli neri, lunghi fino alle spalle e spettinati, forse per colpa di questo fastidioso vento. Il suo volto è sporco e sembra che non sia affatto curato. Dopo pochi istanti avvicina le sue labbra al mio orec­chio sinistro e mi implora di aiutarla. Detto questo fugge via.

Un giorno di pioggia


Anonimi passanti, come scintille di luce, mi sfrecciano accanto velocemente. Nessuno alza il capo per guardarmi, nemmeno per un istante. Come se non esistessi. Alcuni mi urtano, uno si scusa meccanicamente senza nemmeno avermi visto in faccia. Appena mi rendo conto dell'accaduto è già scomparso fra la folla. E' tutto così irreale... Io non esisto, i passanti non esistono, questa strada che sto percorrendo in­consciamente non esiste. Ognuno di noi sta sognando una personale realtà, ma i nostri sogni non s’intersecano, non comunicano. Io mi trovo qui in questo luogo, sono reale, ma nessuno mi vede. Non faccio parte del loro sogno. Rappresento per loro ciò che un passante rappresenta per me, una figura ano­nima che in pochi secondi scompare dalla mia visuale. Dal mio sogno.