Forse influenzato da ciò che gli adulti dicevano di me o forse guidato da caratteristiche intrinseche, il mio amore per la scienza e per la ricerca non ha tardato a manifestarsi e, già quando ero solo un ragazzino, ero affascinato dai fenomeni fisici e chimici che il mondo mi presentava ed ero desideroso di poterli controllare. Ho avuto la possibilità di frequentare le migliori scuole e iscrivermi alla migliore università esistente grazie alle mie qualità, ma, soprattutto, grazie agli ingenti fondi messi a mia disposizione dalla mia ricchissima famiglia.
Cercai sempre di mettere a frutto l’immenso piacere che provavo nell'ideare nuove invenzioni per vedere fino a che punto potevo spingermi. Fino all'età di trent'anni scrissi solamente software per computer coi quali, tra l'altro, ebbi modo di guadagnare qualche soldo mettendoli sul mercato. In seguito passai all'ideazione e alla costruzione di vari oggetti meccanici ed elettronici più o meno utili. Tuttavia le mie ambizioni non potevano fermarsi a quel punto, io volevo fare qualcosa di molto più grande. Sentivo dentro di me la capacità di poterlo fare, dovevo solo trovare un degno obiettivo ai miei intenti.
Ovviamente questa mia passione per la tecnologia e per le nuove scoperte mi ha portato a essere un appassionato della letteratura e delle pellicole di fantascienza: in questi mondi inventati, ma comunque, almeno in alcuni casi, possibili, potevo trovare l'ispirazione per le mie ricerche. Spesso ciò mi portò a ideare solamente sciocchezze, ma un'invenzione molto utilizzata in questi racconti del futuro attirava sempre più la mia attenzione: il teletrasporto. Perché non tentare io stesso di inventare il teletrasporto? Sarebbe stato un valido scopo per le mie ricerche, sarebbe stato qualcosa di sicuramente utile e, dopo tutto, mi avrebbe anche reso famoso in tutto il mondo. Una persona con le mie conoscenze e con le mie possibilità economiche poteva benissimo cimentarsi in tale impresa che, oltre tutto, non mi sembrava fisicamente impossibile.
Iniziai a documentarmi e a studiare al riguardo, mi occorrevano tutte le informazioni possibili. Focalizzai immediatamente un'idea generale: tutti gli oggetti sono composti da un numero finito di molecole più o meno complesse e ordinate in un certo modo fra loro. In teoria, preso un qualunque oggetto come una penna, un libro o un soprammobile, se, con qualche sistema al momento ignoto fossi riuscito a memorizzare in qualche calcolatore la struttura esatta di tutte le sue molecole, con gli appositi mezzi, avrei potuto scomporlo e ricomporlo in qualsiasi altro posto. Questa, se non altro, era l'idea.
Per la realizzazione di ciò che avevo in mente, purtroppo, occorrevano degli strumenti e delle tecnologie che l'umanità non aveva ancora creato, ma se pretendevo di essere un inventore a tutti gli effetti, era proprio questo il problema che dovevo risolvere. Dovevo partire molto da lontano e il mio progetto di costruire un teletrasportatore diventava molto lungo, ma non mi scoraggiai e mi misi al più presto all'opera.
Innanzi tutto mi occorreva qualcosa su cui memorizzare quell’immane mole d’informazioni che era la struttura interna di un oggetto. Certamente i computer presenti in commercio erano ben lontani da ciò che mi serviva, avrei dovuto costruirne io stesso uno adatto. Attinsi a quell'enorme fonte di denaro che era il mio patrimonio famigliare, fortunatamente ben amministrato da alcuni fidati (e lautamente pagati) commercialisti, comprai una capiente casa in campagna che sarebbe diventata il mio laboratorio. Non avevo, infatti, idea di quanto spazio mi sarebbe occorso. Potei così accingermi in tranquillità alla costruzione del supercomputer. Non ne esisteva uno come quello che mi serviva in commercio per il semplice fatto che nessuno poteva averne bisogno, ma comunque la tecnologia disponibile era sufficiente per i miei scopi. Occorreva però, oltre all'hardware, scrivere anche un adeguato software e per questo mi vennero utili i miei iniziali studi nel campo della programmazione.
Nel giro di non più di un anno d’intenso lavoro, arrivai al compimento della prima tappa della mia ambiziosa impresa: un cervello elettronico in grado di memorizzare ed elaborare tante informazioni quante sono quelle riguardanti tutta la struttura interna di un corpo era pronto. Ero orgoglioso del primo successo e impaziente, ma la strada era ancora lunga. Iniziava a quel punto, infatti, un'impresa ben più complicata: dovevo riuscire ad analizzare esattamente di cosa e com’era costituito un oggetto. Questo era uno dei passaggi più complicati, perché se volevo ricostruire qualcosa, dovevo sapere esattamente e senza alcun errore com’era strutturata.
Questo nuovo lavoro m'impiegò molto tempo, più di quello che avevo previsto, ma non persi la calma e la determinazione. Continuai ad avere fiducia nelle mie capacità e non persi mai di vista quello che era il mio obiettivo finale. Purtroppo avevo un problema. Più studiavo a fondo un oggetto, più ne alteravo la struttura e diventava impossibile scoprire com’esso era in origine. Studiai sempre di più la fisica subatomica e le sue complesse teorie, sempre alla ricerca di un sistema che mi fosse utile. Il lavoro diventava sempre più lungo.
In quasi sei anni riuscii ad arrivare a capo del problema. La soluzione era l'uso dei neutrini, delle particolari particelle elettricamente neutre e con una massa piccolissima, praticamente nulla. Era possibile far passare un fascio di neutrini attraverso un corpo senza andare a compromettere la struttura molecolare del corpo stesso. Ero riuscito inoltre, con un complesso congegno da me inventato, a rilevare ciò che il fascio incontrava. Tuttavia, per il momento, gli oggetti della mia analisi erano stati solamente punte di matite o sassolini. Ormai la scoperta fondamentale era stata fatta, dovevo solo perfezionarla.
Anche il lavoro di rifinitura si rivelò piuttosto lungo e dovetti impiegare altri cinque anni per costruire uno strumento sufficientemente grande ad analizzare un intero armadio, ma alla fine riuscii nel mio intento. Senza quasi rendermene conto ero arrivato a un punto fenomenale delle mie ricerche: potevo prendere un oggetto qualunque e, con il tempo sufficiente, potevo individuarne l'intera struttura, nei minimi dettagli. Un qualsiasi scienziato si sarebbe fermato e avrebbe comunicato al resto del mondo scientifico la scoperta, ma non io, dovevo ancora procedere verso il mio scopo, il teletrasporto. Questo risultato mi fece credere nelle mie capacità. L’obiettivo finale era ancora lontano, dovevo riuscire a scomporre un oggetto, trasportarlo nello spazio con un qualche sistema e, infine, ricostruirlo. Quest'ultimo punto, in tutta la mia invenzione, era sicuramente il più difficile.
Accantonai per il momento il problema del trasporto, non doveva essere difficile risolverlo e misi da parte anche la demolizione dell'oggetto, esistevano centinaia di modi per riuscirci. Dedicai tutto il mio tempo alla ricostruzione. Sapevo come ogni molecola, anzi ogni atomo, doveva essere sistemato, ma come poterlo fare?
Anche questa volta dovetti impiegare molti anni della mia vita, ma non furono affatto sprecati. I problemi principali di tutto il processo erano essenzialmente due: avere una sufficiente quantità d’energia e avere qualcosa che potesse guidare tutto il procedimento. In quanto all'energia i miei fondi riuscivano a coprire le necessità e mi apprestai a far costruire in una stanza della mia casa, da alcuni tecnici, un impianto adatto a sopportare un grande uso di corrente elettrica. In quanto alla guida di tutto l'assemblaggio, avevo il mio supercomputer. Erano ormai trascorsi molti anni da quando l'avevo costruito e ora, grazie al progresso fatto dalla tecnologia disponibile, potevo anche migliorarlo e renderlo più adatto ai nuovi scopi. Per tutto il resto dovevo solo unire molti processi che erano già noti alla chimica e alla fisica. Mi sarebbe occorso solo molto tempo e poca fretta, ma il mio grande progetto stava andando in porto. Gli anni trascorrevano, e io, imperterrito e sicuro di me, continuavo nelle ricerche. Finalmente, dopo addirittura più di dieci anni e tanti tentativi falliti, riuscii a costruire ciò che volevo.
Mi trovai a riflettere su tutto il mio operato e feci un'importante osservazione: non era più necessario che demolissi un oggetto e che lo trasportassi in un altro luogo, le molecole che mi servivano non dovevano provenire necessariamente dal corpo originale. Un atomo non porta con sé la sua storia, un atomo di carbonio che compone il mio corpo è identico a un altro che compone la mia scrivania. Il mio obiettivo non era più un teletrasportatore, a quel punto delle ricerche inutile, ma un congegno in grado di duplicare qualsiasi cosa. Chiamai la mia futura invenzione replicatore.
Pensando a quali potessero essere le infinite applicazioni del replicatore, impiegai altri tre anni per perfezionarlo e per renderlo attivo e perfettamente funzionante. Potevo prendere un oggetto qualunque, come una sveglia, lo facevo analizzare dal replicatore che lo traduceva in un colossale elenco ordinato d’informazioni, poi, dopo aver preso un insieme di altri oggetti casuali da dare in "pasto" alla macchina, essa li analizzava, estraeva le molecole necessarie e costruiva una nuova sveglia funzionante ed esattamente identica alla precedente.
La mia invenzione era a dir poco grandiosa e rivoluzionaria. Avrei dovuto commercializzarla e godere della fama che mi avrebbe procurato, ma la mia superbia prese il controllo. Dal momento che avevo aspettato tanti anni potevo aspettare ancora un poco e perfezionare ancora di più la macchina. Perché replicare solo oggetti inanimati? Perché non provare con qualcosa di vivo? Le mie intenzioni non erano irrealizzabili. A conti fatti nulla vietava che il replicatore riuscisse a costruire anche qualcosa di animato, la macchina doveva solo sistemare gli atomi così come li aveva analizzati, senza sapere null'altro del corpo finale, fosse esso inanimato o vivo. Dovevo solo apportare al replicatore qualche piccola variazione che lo rendesse più adatto ai nuovi scopi. Doveva inoltre essere in grado di assemblare non solo le molecole fra loro, ma addirittura le molecole stesse. In questo modo, partendo da alcuni materiali, poteva costruire materiali completamente diversi. Mi bastarono pochi anni per portare le migliorie necessarie. A quel punto dovevo solo fare degli esperimenti.
Provai con una pianta. Fu un successo, la nuova pianta replicata era in tutto e per tutto identica all'originale al punto che non sarei riuscito a distinguerle mettendole una di fianco all'altra. Inoltre la replicata continuò a vivere anche nei giorni seguenti, proprio come se fosse una pianta normale.
Provai con alcuni piccoli insetti. Anche questa volta i risultati furono ottimi. Appena feci uscire i replicati dalla macchina essi volarono via. Provai con alcune formiche e verificai che le replicate andavano al nido dove avevo prelevato le originali, come se esse stesse fossero le originali. Non vi era nessun elemento che le potesse distinguere.
Replicai un gattino appena nato e lo riportai dalla madre insieme all'originale: ebbene la madre li riconobbe entrambi come se fossero i suoi figli. Feci molti altri esperimenti con gli animali per essere sicuro della mia invenzione e potei constatare con certezza che i replicati erano in tutto e per tutto assolutamente identici agli originali. Per la precisione erano identici agli originali nel momento in cui essi erano stati analizzati. Notai anche una certa difficoltà di socializzazione, anzi, di convivenza, fra replicati e originali: essi si comportavano non già come gemelli (e, in effetti, non lo erano), ma come se uno dei due non dovesse esistere.
Mancava a questo punto solo un ultimo passo per portare a termine la più grande invenzione dell'era moderna, almeno così io la consideravo: replicare un essere umano! Ai miei occhi non era affatto una follia, il replicatore era completamente sicuro, non aveva mai fallito e, comunque, per l'uomo da replicare non c'erano assolutamente rischi. Dal momento che non c'erano volontari disponibili, sarei stato io il primo uomo al mondo a farsi replicare. A mente fredda il mio comportamento può sembrare quello di un pazzo, ma al momento nessuno sarebbe stato in grado di fermarmi.
Venne finalmente il giorno prescelto. Entrai nella macchina e mi feci analizzare. Da quel momento tutto ciò che io ero era registrato nel supercomputer. Mi rifornii di sufficiente materiale per poter costruire il mio replicato e feci partire la macchina.
Occorrevano alcune ore perché tutti i processi arrivassero a completamento. Ovviamente in futuro avrei potuto migliorare la macchina in modo da farla essere più veloce, ma prima volevo vedere l'altro-io.
Finalmente il replicatore arrivò al termine. Ricordo ancora la mia emozione, quello che stava per uscire era... ero io. La porta si aprì e rimasi pietrificato. Una creatura identica a me quanto una mia immagine speculare uscì con naturalezza dal replicatore. Anche l'altro-io rimase almeno altrettanto stupito. Fui io il primo a parlare. Gli spiegai tutto quanto, ma all'improvviso m’interruppe. Era stupefacente vederlo muovere, sentirlo parlare, era come guardare me stesso con gli occhi di un altro. Mi disse che era sicuro di essere appena entrato nella macchina per farsi analizzare ed era pronto per far partire il replicatore. Solo l'avermi visto gli aveva fatto capire di essere il prodotto dell'invenzione e non l'inventore stesso. In effetti, egli era identico a me fino all'istante in cui fui analizzato, quindi non poteva sapere che l'esperimento era andato avanti.
Rimanemmo un attimo in silenzio, poi l'altro-io mi guardò con due occhi indescrivibili. Erano i miei occhi, ma avevano un'espressione che non dimenticherò mai più.
- Cosa sono io? Cosa ne sarà di me? - Mi chiese.
Preso dall'esperimento non avevo minimamente pensato alle conseguenze. L'altro-io era un essere vivente, era una persona. Era me stesso, aveva il mio corpo, la mia mente, i miei ricordi. Cosa ne sarebbe stato di lui?
Continuai a pensare con la mente dello scienziato. Lo pregai di stare qualche ora in giro per la città e lo osservai. Si comportava esattamente come me. Purtroppo non potevo capire i suoi pensieri, ero io, eppure dal momento in cui era uscito dal replicatore la sua mente era stata autonoma. Non potevo sapere cosa stesse pensando, perché non mi ero mai trovato in una situazione come la sua.
Dopo anni di studi finalmente ero arrivato al mio obiettivo. Mi serviva un po' di pausa per decidere come comportarmi e, soprattutto, per decidere cosa fare con l'altro-io. Mi spaventava pensare a queste cose. Verificai che non avesse problemi. Lo trovai un poco distaccato, non devo essere un tipo con cui è facile vivere, soprattutto se chi vive con me mi assomiglia così tanto come l'altro-io, ma non mi accorsi comunque di nulla di strano. Trascorse una settimana.
Decisi che avrei potuto andarmene per qualche giorno per poter comunicare al mondo scientifico la mia geniale invenzione. In fin dei conti anche l'altro-io aveva bisogno di poter stare qualche giorno in solitudine a riflettere. In ogni caso, quale miglior guardiano per il laboratorio poteva esserci se non proprio lui? Decisi comunque di disattivare tutti i macchinari e di tenermi sempre in contatto telefonico con lui.
Per tre giorni non accadde nulla di particolare, ma al quarto giorno di lontananza da casa l'altro-io non rispose alla mia chiamata. Caddi nel panico: cosa poteva essere accaduto? Tornai il più velocemente possibile abbandonando tutto quello che stavo facendo e trovai tutta la casa in disordine. Aprii con trepidazione la porta del laboratorio: anche questo era tutto sottosopra e il replicatore era funzionante. Capii che era stato inutile disattivarlo, perché l'altro-io sapeva benissimo, tanto quanto me, il suo funzionamento. Non dovevo dimenticare che quando l'avevo progettato eravamo una persona sola.
Mi guardai attorno e non descrivo l'orrore che provai quando trovai a terra il corpo dell'altro-io morto, colpito al capo da una spranga che si trovava ancora sul posto. Pensai immediatamente di chiamare la polizia, poi desistetti, non potevo denunciare la morte di me stesso! Guardai ancora il cadavere: ero io steso a terra, morto. Appena mi ripresi iniziai a pensare al da farsi. Prima di avvisare qualcuno dovevo capire cosa aveva potuto combinare l'altro-io in mia assenza. Gli avevo dato troppa fiducia. Cosa poteva aver replicato innanzi tutto? Fui folgorato da una tremenda illuminazione: l'altro-io doveva aver replicato niente meno che se stesso! Era ciò che aveva sempre voluto fare dal momento in cui era uscito dal replicatore. Per lui l'esperimento non era mai finito. Come avevo potuto non pensare a una cosa del genere? Come avevo potuto lasciarlo da solo con la macchina? Ora esisteva un terzo-io in circolazione, sempre che non fosse il cadavere davanti a me. Questo nuovo replicato non era più interamente uguale a me, perché aveva in testa tutto quello che l'altro-io aveva pensato dopo essere stato creato. In più aveva i suoi pensieri! Dovevo trovare un rimedio, qualunque cosa fosse accaduta, c'era un replicato in circolazione ed era un assassino!
Prima di tutto feci scomparire il cadavere con il replicatore utilizzandolo come sorgente di atomi per costruire oggetti vari. Da quel momento non c'erano più tracce della sua esistenza! Poi andai alla polizia a sporgere una denuncia contro ignoti, come se qualcuno fosse entrato in casa mia. Iniziai a quel punto la mia ricerca.
Trascorsero alcuni mesi in cui non ebbi alcuna notizia del replicato, l'altro-io o il terzo-io che fosse. Poi un giorno, tornando a casa dopo un lungo viaggio fatto per seguire una pista fuorviante trovai la porta di casa aperta. Qualcuno era entrato. Presi un bastone dal giardino e andai a vedere. Trovai un nuovo cadavere uguale a me ucciso con un'arma da fuoco. Qualcuno, inoltre, aveva nuovamente usato il replicatore. L'incubo sembrava non avere fine, a quel punto doveva esistere un nuovo replicato che, come tutti gli altri, doveva avere il desiderio di far funzionare, almeno una volta, quell'infernale macchina. Qual era lo scopo dell'esistenza dei replicati, quegli obbrobri da me creati e, soprattutto, cosa dovevo fare io? Distruggere il replicatore mandando in fumo il lavoro di tutta una vita? Lasciare che la situazione si evolvesse da sola? Cercare di eliminare tutti i replicati? Con quale diritto potevo farlo?
Immerso nei miei pensieri e disperato per non essere in grado di trovare una soluzione non mi avvidi che nel laboratorio si trovava un'altra persona. Sentii con orrore le sua voce alle mie spalle che mi diceva di alzare le mani e di voltarmi lentamente. Era la mia voce, era uno dei replicati! Mi voltai. Era ancora impressionante vedere un replicato vivo che mi parlava. Mi stava puntando una pistola e mi disse che doveva parlarmi. Mi guardai attorno, non c'erano vie di fuga protette dai colpi della sua pistola. Eravamo troppo vicini, se avessi tentato di ribellarmi ai suoi ordini, sarebbe stato troppo facile per lui spararmi. Al momento non potevo fare altro che ascoltarlo e aspettare di trovarmi in una situazione migliore.
Mi disse che lui era l'originale e io ero il primo dei replicati. Rimasi stupefatto, come poteva essere? Ci guardammo in silenzio e pensai che anche l'altro-io, appena uscito dal replicatore, era più che convinto di essere l'originale! Cercai di protestare, ma l'uomo che teneva la pistola mi zittì immediatamente e riprese a parlare. Disse che appena uscito dall'analizzatore ebbe un'idea: voleva vedere come il suo replicato, cioè io, si sarebbe comportato se non lo avesse visto. Fece partire la macchina, si nascose e continuò a osservarmi furtivamente per molto tempo. Vide che mi comportavo esattamente come se io fossi l'originale, mi vide azionare nuovamente il replicatore e formare l'altro-io. Disse che avrebbe dovuto fermarmi, ma voleva continuare l'esperimento per vedere come la sua creatura si sarebbe comportata. Non riuscivo più a reagire o a protestare. Un dubbio si stava instaurando nel mio cervello. Possibile che stesse dicendo la verità? Continuò a parlare e abbassò la pistola avendo visto che ormai non ero più reattivo. Disse che continuò a spiare me e l'altro-io non senza difficoltà, ma la situazione gli sfuggì di mano quando io decisi di partire per qualche giorno. Decise di spiare me, il suo replicato, e di abbandonare alla sua sorte l'altro-io, ma fu un errore. Non poteva prevedere che l'altro-io si sarebbe ribellato edavrebbe deciso di continuare l'esperimento per conto suo! Fece il mio stesso errore nel fidarsi di lui. Non sapeva esattamente cosa fosse accaduto, come non lo sapevo io. Quando trovai il primo cadavere lui era già stato nel laboratorio, ma non toccò nulla pensando che io avrei pensato al da farsi e, in effetti, non sbagliò. Evidentemente anche all'altro-io la situazione doveva essere sfuggita di mano. Non conosceva il numero totale di replicati, ma aveva deciso di eliminarli. Uno lo aveva ucciso una settimana prima e un altro si trovava ancora, morto, nel laboratorio. Ma potevano esserci altri replicati in circolazione. Non voleva uccidermi, io ero pur sempre il suo esperimento originale, ma doveva ancora pensare a cosa fare di me. Puntandomi ancora la pistola mi chiuse in una stanza del laboratorio e se n’andò.
Sono prigioniero da alcuni giorni e ora non ho più certezze. Non so esattamente chi siano i due cadaveri che ho trovato e non so esattamente chi sia il mio carceriere. Forse, la mente dei replicati, poco alla volta deve essere impazzita. Nemmeno io sono certo della mia identità! Sono tuttora sicuro di aver commesso un errore, ho creato una macchina in grado di costruire esseri umani, quando solo la natura lo può fare. Quando la ideai non esistevano un originale e dei replicati, ma eravamo una persona sola: chiunque io sia sono comunque colpevole. I nuovi-io volevano semplicemente fare quello che io volevo fare, cioè continuare l'esperimento senza accorgersi che essi stessi erano il frutto dell'esperimento. Ricordo lo stupore dell'altro-io quando gli dissi che non era l'originale e lo capisco solo ora che qualcuno lo ha detto anche a me. Io ho dei ricordi ben precisi di più di mezzo secolo di vita, per quanto io cerchi di pensare, non capisco come sia possibile che io sia un replicato. Ma questo era quello che mi diceva anche l'altro-io. Ma se io sono effettivamente un replicato, che razza di mostro contro natura sono? Quale può essere il mio futuro? Quando colui che mi tiene prigioniero avrà sistemato tutti gli altri replicati, finalmente, avrà il tempo di pensare a me. Anche lui si è accorto della pazzia di questa maledetta invenzione e, dai rumori che ho sentito, credo che l'abbia già distrutta. Ma ormai il danno è fatto e non posso biasimarlo se deciderà di uccidermi. Anch'io avrei fatto la medesima cosa, in fin dei conti io sono lui! Solo uno di noi resterà vivo e per tutta la vita penserà alle conseguenze di quello che ha costruito.
L'invenzione © 2026 by Gian Luca Baldrati is licensed under Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International




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