giovedì 26 febbraio 2026

L'invenzione



Fin dai lontani tempi dell'infanzia sono sempre stato considerato una mente brillante e, già dai primi anni di studio, chi mi ha seguito e si è occupato di me, ha, in ogni occa­sio­ne, affermato con certezza che, in futuro, sarei in­dubbiamente diventato un grande scien­ziato e un geniale inventore.

Forse influenzato da ciò che gli adulti dicevano di me o forse guidato da caratteristi­che intrinseche, il mio amore per la scienza e per la ricerca non ha tardato a manifestarsi e, già quando ero solo un ragazzino, ero affascinato dai fenomeni fisici e chimici che il mondo mi presentava ed ero desideroso di poterli controllare. Ho avuto la possibi­lità di frequen­tare le migliori scuole e iscrivermi alla mi­gliore università esistente grazie alle mie quali­tà, ma, so­prattutto, grazie agli ingenti fondi messi a mia disposizio­ne dalla mia ricchis­sima famiglia.
Cercai sempre di mettere a frutto l’immenso piacere che provavo nell'ideare nuove in­venzioni per vedere fino a che punto potevo spingermi. Fino all'età di trent'anni scrissi solamente software per computer coi quali, tra l'altro, ebbi modo di guadagnare qual­che soldo mettendoli sul mercato. In seguito passai all'ideazione e alla costru­zione di vari oggetti meccanici ed elettronici più o meno utili. Tuttavia le mie ambizioni non potevano fermarsi a quel punto, io volevo fare qualcosa di molto più grande. Sentivo dentro di me la capacità di poterlo fare, dovevo solo trovare un degno obiettivo ai miei intenti.

Ovviamente questa mia passione per la tecnologia e per le nuove scoperte mi ha por­tato a essere un appassionato della letteratura e delle pellicole di fantascienza: in questi mondi inventati, ma comunque, almeno in alcuni casi, possibili, potevo trovare l'ispira­zione per le mie ricerche. Spesso ciò mi portò a ideare solamente sciocchezze, ma un'in­venzione molto utilizzata in questi racconti del futuro attirava sempre più la mia atten­zione: il teletrasporto. Per­ché non tentare io stesso di inventare il teletrasporto? Sa­rebbe stato un valido scopo per le mie ricerche, sarebbe stato qualcosa di sicuramente utile e, dopo tutto, mi avrebbe anche reso famoso in tutto il mondo. Una perso­na con le mie co­noscenze e con le mie possibilità econo­miche poteva benissimo cimentarsi in tale im­presa che, oltre tutto, non mi sembrava fisicamente impossibile.

Iniziai a documentarmi e a studiare al riguardo, mi oc­correvano tutte le informazioni possibili. Focalizzai im­mediatamente un'idea generale: tutti gli oggetti sono com­posti da un numero finito di molecole più o meno com­plesse e ordinate in un certo modo fra loro. In teoria, preso un qualunque oggetto come una penna, un libro o un soprammobile, se, con qualche sistema al momento ignoto fossi riuscito a memorizzare in qualche calco­lato­re la struttura esatta di tutte le sue molecole, con gli appositi mezzi, avrei potuto scom­porlo e ricomporlo in qualsiasi altro posto. Questa, se non altro, era l'idea.

Per la realizzazione di ciò che avevo in mente, purtrop­po, occorrevano degli strumenti e delle tecnologie che l'umanità non aveva ancora creato, ma se pretendevo di essere un inventore a tutti gli effetti, era proprio questo il problema che dovevo risolvere. Dovevo partire molto da lontano e il mio progetto di costruire un teletrasportatore diventava molto lungo, ma non mi scoraggiai e mi misi al più presto all'opera.

Innanzi tutto mi occorreva qualcosa su cui memorizza­re quell’immane mole d’in­formazioni che era la struttura interna di un oggetto. Certamente i computer presenti in commercio erano ben lontani da ciò che mi serviva, avrei dovuto costruirne io stesso uno adatto. Attinsi a quel­l'enorme fonte di denaro che era il mio patrimonio fami­gliare, for­tunatamente ben amministrato da alcuni fidati (e lautamente pagati) commercialisti, comprai una capiente casa in campagna che sarebbe diventata il mio laboratorio. Non avevo, infatti, idea di quanto spazio mi sarebbe oc­corso. Potei così accingermi in tran­quilli­tà alla costruzione del supercomputer. Non ne esisteva uno come quello che mi ser­viva in commercio per il semplice fatto che nessuno poteva averne bisogno, ma comun­que la tecnologia di­sponibile era sufficiente per i miei scopi. Occorreva però, oltre al­l'hardware, scrivere anche un adeguato software e per questo mi vennero utili i miei ini­ziali studi nel campo della programmazione.

Nel giro di non più di un anno d’intenso lavoro, arrivai al compimento della prima tappa della mia ambiziosa im­presa: un cervello elettronico in grado di memorizzare ed elaborare tante informazioni quante sono quelle riguar­danti tutta la struttura interna di un corpo era pronto. Ero orgoglioso del primo successo e impaziente, ma la strada era ancora lunga. Iniziava a quel punto, infatti, un'impresa ben più complicata: dovevo riu­scire ad analizzare esatta­mente di cosa e com’era costituito un oggetto. Questo era uno dei passaggi più complicati, perché se volevo rico­struire qualcosa, dovevo sapere esat­tamente e senza alcun errore com’era strutturata.

Questo nuovo lavoro m'impiegò molto tempo, più di quello che avevo previsto, ma non persi la calma e la de­terminazione. Continuai ad avere fiducia nelle mie capacità e non persi mai di vista quello che era il mio obiettivo fi­nale. Purtroppo avevo un proble­ma. Più studiavo a fondo un oggetto, più ne alteravo la struttura e diventava impos­sibile scoprire com’esso era in origine. Studiai sempre di più la fisica subatomica e le sue com­plesse teorie, sempre alla ricerca di un sistema che mi fosse utile. Il lavoro diventava sem­pre più lungo.

In quasi sei anni riuscii ad arrivare a capo del problema. La soluzione era l'uso dei neu­trini, delle particolari parti­celle elettricamente neutre e con una massa piccolissima, prati­camente nulla. Era possibile far passare un fascio di neutrini attraverso un corpo senza andare a compromette­re la struttura molecolare del corpo stesso. Ero riuscito inol­tre, con un complesso congegno da me inventato, a rilevare ciò che il fascio incontrava. Tuttavia, per il mo­mento, gli oggetti della mia analisi erano stati solamente punte di ma­tite o sasso­lini. Ormai la scoperta fondamen­tale era stata fatta, dovevo solo perfezionar­la.

Anche il lavoro di rifinitura si rivelò piuttosto lungo e dovetti impiegare altri cinque anni per costruire uno stru­mento sufficientemente grande ad analizzare un intero arma­dio, ma alla fine riuscii nel mio intento. Senza quasi rendermene conto ero arrivato a un punto fenomenale delle mie ricerche: potevo prendere un oggetto qualunque e, con il tempo suffi­ciente, potevo individuarne l'intera struttura, nei minimi dettagli. Un qualsia­si scienziato si sarebbe fermato e avrebbe comunicato al resto del mondo scientifico la scoperta, ma non io, dovevo ancora procedere verso il mio scopo, il teletrasporto. Questo ri­sultato mi fece credere nelle mie capacità. L’obiettivo fi­nale era ancora lontano, dove­vo riuscire a scomporre un oggetto, trasportarlo nello spazio con un qualche sistema e, infine, ricostruirlo. Quest'ultimo punto, in tutta la mia invenzione, era sicuramente il più diffici­le.

Accantonai per il momento il problema del trasporto, non doveva essere difficile risol­verlo e misi da parte anche la demolizione dell'oggetto, esistevano centinaia di modi per riuscirci. Dedicai tutto il mio tempo alla ricostruzione. Sapevo come ogni molecola, anzi ogni atomo, doveva es­sere sistemato, ma come poterlo fare?

Anche questa volta dovetti impiegare molti anni della mia vita, ma non furono affatto sprecati. I problemi prin­cipali di tutto il processo erano essenzialmente due: avere una sufficiente quantità d’energia e avere qualcosa che potesse guidare tutto il procedimento. In quanto all'ener­gia i miei fondi riuscivano a coprire le necessità e mi ap­prestai a far costruire in una stanza della mia casa, da alcu­ni tecnici, un impianto adatto a sopporta­re un grande uso di corrente elettrica. In quanto alla guida di tutto l'as­semblag­gio, avevo il mio supercomputer. Erano ormai trascorsi molti anni da quando l'avevo costruito e ora, grazie al progresso fatto dalla tecnologia disponibile, pote­vo anche mi­gliorarlo e renderlo più adatto ai nuovi scopi. Per tutto il resto dovevo solo unire molti processi che erano già noti alla chimica e alla fisica. Mi sarebbe occorso solo molto tempo e poca fretta, ma il mio grande progetto stava andando in porto. Gli anni trascor­revano, e io, im­perterrito e sicuro di me, continuavo nelle ricerche. Fi­nalmente, dopo addirittura più di dieci anni e tanti tentati­vi falliti, riuscii a costruire ciò che volevo.

Mi trovai a riflettere su tutto il mio operato e feci un'importante osservazione: non era più necessario che demolissi un oggetto e che lo trasportassi in un altro luogo, le mole­cole che mi servivano non dovevano pro­venire necessariamente dal corpo originale. Un atomo non porta con sé la sua storia, un atomo di carbonio che com­pone il mio corpo è identi­co a un altro che compone la mia scrivania. Il mio obiettivo non era più un tele­traspor­tatore, a quel punto delle ricerche inutile, ma un congegno in grado di duplicare qualsiasi cosa. Chiamai la mia futura invenzione replicatore.

Pensando a quali potessero essere le infinite applicazio­ni del replicatore, impiegai altri tre anni per perfezionarlo e per renderlo attivo e perfettamente funzionante. Potevo pren­dere un oggetto qualunque, come una sveglia, lo face­vo analizzare dal replicatore che lo traduceva in un colos­sale elenco ordinato d’informazioni, poi, dopo aver preso un insie­me di altri oggetti casuali da dare in "pasto" alla macchina, essa li analizzava, estraeva le molecole necessa­rie e costruiva una nuova sveglia funzionante ed esattamente identica alla precedente.

La mia invenzione era a dir poco grandiosa e rivoluzio­naria. Avrei dovuto commer­cia­lizzarla e godere della fama che mi avrebbe procurato, ma la mia superbia prese il control­lo. Dal momento che avevo aspettato tanti anni potevo aspettare ancora un poco e perfe­zionare ancora di più la macchina. Perché replicare solo oggetti inanimati? Perché non provare con qualcosa di vivo? Le mie inten­zioni non erano irrealizzabili. A conti fatti nulla vietava che il replicatore riuscisse a costruire anche qualcosa di animato, la macchina doveva solo sistemare gli atomi così come li aveva analizzati, senza sapere null'altro del corpo finale, fosse esso inanimato o vivo. Dovevo solo apporta­re al repli­catore qualche piccola variazione che lo rendesse più adatto ai nuovi scopi. Doveva inoltre essere in grado di assemblare non solo le molecole fra loro, ma addirittura le mo­lecole stesse. In questo modo, partendo da alcuni materiali, poteva costruire materiali completamente diver­si. Mi bastarono pochi anni per portare le migliorie neces­sarie. A quel punto dovevo solo fare degli esperimenti.

Provai con una pianta. Fu un successo, la nuova pianta replicata era in tutto e per tutto identica all'originale al punto che non sarei riuscito a distinguerle mettendole una di fian­co all'altra. Inoltre la replicata continuò a vivere an­che nei giorni seguenti, proprio come se fosse una pianta normale.

Provai con alcuni piccoli insetti. Anche questa volta i ri­sultati furono ottimi. Appena feci uscire i replicati dalla macchina essi volarono via. Provai con alcune formiche e ve­rifi­cai che le replicate andavano al nido dove avevo prelevato le originali, come se esse stesse fossero le origi­nali. Non vi era nessun elemento che le potesse distingue­re.

Replicai un gattino appena nato e lo riportai dalla madre insieme all'originale: ebbene la madre li riconobbe en­trambi come se fossero i suoi figli. Feci molti altri esperi­menti con gli animali per essere sicuro della mia invenzio­ne e potei constatare con certezza che i replicati erano in tutto e per tutto assolutamente identici agli originali. Per la precisione erano identici agli originali nel momento in cui essi erano stati analizzati. Notai anche una certa difficoltà di socializzazione, anzi, di convivenza, fra replicati e origi­nali: essi si comportavano non già come gemelli (e, in ef­fetti, non lo erano), ma come se uno dei due non dovesse esistere.

Mancava a questo punto solo un ultimo passo per por­tare a termine la più grande in­venzione dell'era moderna, almeno così io la consideravo: replicare un essere umano! Ai miei occhi non era affatto una follia, il replicatore era completamente sicuro, non aveva mai fallito e, comunque, per l'uomo da replicare non c'erano assolutamente rischi. Dal momento che non c'erano volontari disponibili, sarei stato io il primo uomo al mondo a farsi replicare. A mente fredda il mio comportamento può sembrare quello di un pazzo, ma al momento nessuno sarebbe stato in grado di fermarmi.

Venne finalmente il giorno prescelto. Entrai nella mac­china e mi feci analizzare. Da quel momento tutto ciò che io ero era registrato nel supercomputer. Mi rifornii di suffi­ciente materiale per poter costruire il mio replicato e feci partire la macchina.

Occorrevano alcune ore perché tutti i processi arrivas­sero a completamento. Ovvia­men­te in futuro avrei potuto migliorare la macchina in modo da farla essere più veloce, ma prima volevo vedere l'altro-io.

Finalmente il replicatore arrivò al termine. Ricordo an­cora la mia emozione, quello che stava per uscire era... ero io. La porta si aprì e rimasi pietrificato. Una creatura iden­tica a me quanto una mia immagine speculare uscì con naturalezza dal replicatore. An­che l'al­tro-io rimase almeno altrettanto stupito. Fui io il primo a parlare. Gli spiegai tutto quan­to, ma all'improvviso m’interruppe. Era stupe­facente vederlo muovere, sentirlo parlare, era come guar­dare me stesso con gli occhi di un altro. Mi disse che era sicuro di essere appena entrato nella macchina per farsi analizzare ed era pronto per far partire il replicatore. Solo l'avermi visto gli aveva fatto capire di essere il prodotto dell'invenzione e non l'inventore stesso. In effetti, egli era identico a me fino all'istante in cui fui analiz­zato, quindi non poteva sapere che l'esperimento era andato avanti.

Rimanemmo un attimo in silenzio, poi l'altro-io mi guardò con due occhi indescrivibi­li. Erano i miei occhi, ma avevano un'espressione che non dimenticherò mai più.

- Cosa sono io? Cosa ne sarà di me? - Mi chiese.

Preso dall'esperimento non avevo minimamente pen­sato alle conseguenze. L'altro-io era un essere vivente, era una persona. Era me stesso, aveva il mio corpo, la mia mente, i miei ricordi. Cosa ne sarebbe stato di lui?

Continuai a pensare con la mente dello scienziato. Lo pregai di stare qualche ora in gi­ro per la città e lo osservai. Si comportava esattamente come me. Purtroppo non po­tevo capire i suoi pensieri, ero io, eppure dal momento in cui era uscito dal replicatore la sua mente era stata auto­noma. Non potevo sapere cosa stesse pensando, perché non mi ero mai trovato in una situazione come la sua.

Dopo anni di studi finalmente ero arrivato al mio obiettivo. Mi serviva un po' di pausa per decidere come comportarmi e, soprattutto, per decidere cosa fare con l'altro-io. Mi spaventava pensare a queste cose. Verificai che non avesse problemi. Lo trovai un poco distaccato, non devo essere un tipo con cui è facile vivere, soprattutto se chi vive con me mi assomiglia così tanto come l'altro-io, ma non mi accorsi comunque di nulla di strano. Tra­scorse una settimana.

Decisi che avrei potuto andarmene per qualche giorno per poter comunicare al mondo scientifico la mia geniale invenzione. In fin dei conti anche l'altro-io aveva bisogno di poter stare qualche giorno in solitudine a riflettere. In ogni caso, quale miglior guardiano per il laboratorio pote­va esserci se non proprio lui? Decisi comunque di disatti­vare tutti i macchinari e di tenermi sempre in contatto te­lefonico con lui.

Per tre giorni non accadde nulla di particolare, ma al quarto giorno di lontananza da casa l'altro-io non rispose alla mia chiamata. Caddi nel panico: cosa poteva essere acca­du­to? Tornai il più velocemente possibile abbando­nando tutto quello che stavo facendo e trovai tutta la casa in disordine. Aprii con trepidazione la porta del laborato­rio: anche questo era tutto sottosopra e il replicatore era funzionante. Capii che era stato inutile di­sattivarlo, perché l'altro-io sapeva benissimo, tanto quanto me, il suo fun­zionamento. Non dovevo dimenticare che quando l'avevo progettato eravamo una persona sola.

Mi guardai attorno e non descrivo l'orrore che provai quando trovai a terra il corpo dell'altro-io morto, colpito al capo da una spranga che si trovava ancora sul posto. Pen­sai immediatamente di chiamare la polizia, poi desistetti, non potevo denunciare la morte di me stesso! Guardai ancora il cadavere: ero io steso a terra, morto. Appena mi ripresi ini­ziai a pensare al da farsi. Prima di avvisare qual­cuno dovevo capire cosa aveva potuto combi­nare l'altro-io in mia assenza. Gli avevo dato troppa fiducia. Cosa poteva aver re­plicato innanzi tutto? Fui folgorato da una tremen­da illuminazione: l'altro-io doveva aver replica­to niente meno che se stesso! Era ciò che aveva sempre voluto fare dal momento in cui era uscito dal replicatore. Per lui l'esperimento non era mai finito. Come avevo potuto non pensare a una cosa del genere? Come avevo potuto la­sciarlo da solo con la macchina? Ora esisteva un terzo-io in circolazione, sempre che non fosse il cadavere davanti a me. Questo nuovo replicato non era più interamente uguale a me, perché aveva in testa tutto quello che l'altro-io aveva pensato dopo essere stato creato. In più aveva i suoi pensieri! Dovevo trovare un rimedio, qualunque cosa fosse accaduta, c'era un repli­cato in circolazione ed era un assassino!

Prima di tutto feci scomparire il cadavere con il repli­catore utilizzandolo come sor­gente di atomi per costruire oggetti vari. Da quel momento non c'erano più tracce della sua esistenza! Poi andai alla polizia a sporgere una denuncia contro ignoti, come se qualcuno fosse entrato in casa mia. Iniziai a quel punto la mia ricerca.

Trascorsero alcuni mesi in cui non ebbi alcuna notizia del replicato, l'altro-io o il terzo-io che fosse. Poi un giorno, tornando a casa dopo un lungo viaggio fatto per se­guire una pista fuorviante trovai la porta di casa aperta. Qualcuno era entrato. Presi un bastone dal giardino e andai a vedere. Trovai un nuovo cadavere uguale a me ucciso con un'arma da fuoco. Qualcuno, inoltre, aveva nuovamente usato il replicatore. L'incu­bo sembrava non avere fine, a quel punto doveva esistere un nuovo repli­cato che, come tutti gli altri, doveva avere il desiderio di far funzionare, almeno una volta, quell'in­fer­nale macchina. Qual era lo scopo dell'esistenza dei replicati, quegli ob­brobri da me creati e, soprattutto, cosa dovevo fare io? Distruggere il replicatore mandando in fumo il lavo­ro di tutta una vita? Lasciare che la situazione si evolvesse da sola? Cercare di elimi­nare tutti i replicati? Con quale diritto potevo farlo?

Immerso nei miei pensieri e disperato per non essere in grado di trovare una soluzione non mi avvidi che nel labo­ratorio si trovava un'altra persona. Sentii con orrore le sua voce alle mie spalle che mi diceva di alzare le mani e di voltarmi lentamente. Era la mia voce, era uno dei replicati! Mi voltai. Era ancora impressionante vedere un replicato vivo che mi parlava. Mi stava puntando una pistola e mi disse che doveva parlarmi. Mi guardai attorno, non c'erano vie di fuga protette dai colpi della sua pistola. Eravamo troppo vici­ni, se avessi tentato di ribellarmi ai suoi ordini, sarebbe stato troppo facile per lui sparar­mi. Al momento non potevo fare altro che ascoltarlo e aspettare di tro­varmi in una situazione migliore.

Mi disse che lui era l'originale e io ero il primo dei re­plicati. Rimasi stupefatto, come poteva essere? Ci guar­dammo in silenzio e pensai che anche l'altro-io, appena uscito dal replicatore, era più che convinto di essere l'ori­ginale! Cercai di protestare, ma l'uomo che teneva la pi­stola mi zittì immediatamente e riprese a parlare. Disse che appena uscito dall'analizzatore ebbe un'idea: voleva vedere come il suo replicato, cioè io, si sarebbe com­por­tato se non lo avesse visto. Fece partire la macchina, si nascose e continuò a osser­varmi furtivamente per molto tempo. Vide che mi comportavo esattamente come se io fossi l'originale, mi vide azionare nuovamente il replicatore e formare l'altro-io. Disse che avrebbe dovuto fermarmi, ma voleva continuare l'esperimento per vedere come la sua creatura si sarebbe comportata. Non riuscivo più a reagire o a protestare. Un dubbio si stava instaurando nel mio cervello. Possibile che stesse dicendo la verità? Con­tinuò a parlare e abbassò la pistola avendo visto che ormai non ero più reattivo. Disse che conti­nuò a spiare me e l'altro-io non senza difficoltà, ma la situazione gli sfuggì di mano quando io decisi di partire per qualche giorno. Decise di spiare me, il suo replicato, e di abban­donare alla sua sorte l'altro-io, ma fu un errore. Non pote­va prevedere che l'altro-io si sarebbe ribellato edavrebbe deciso di continuare l'esperimento per conto suo! Fece il mio stesso errore nel fidarsi di lui. Non sapeva esatta­mente cosa fosse accaduto, come non lo sapevo io. Quando trovai il primo cadavere lui era già stato nel labo­ratorio, ma non toccò nulla pensando che io avrei pensato al da farsi e, in effetti, non sbagliò. Evi­dentemente anche all'altro-io la situazione doveva essere sfuggita di mano. Non cono­sceva il numero totale di replicati, ma aveva de­ciso di eliminarli. Uno lo aveva ucciso una settimana prima e un altro si trovava ancora, morto, nel laboratorio. Ma potevano esserci altri replicati in circolazione. Non voleva uccidermi, io ero pur sempre il suo esperimento originale, ma doveva ancora pensare a cosa fare di me. Puntandomi ancora la pistola mi chiuse in una stanza del laboratorio e se n’andò.


Sono prigioniero da alcuni giorni e ora non ho più certezze. Non so esattamente chi siano i due cadaveri che ho trovato e non so esattamente chi sia il mio carceriere. Forse, la mente dei replicati, poco alla volta deve essere impazzita. Nemmeno io sono certo della mia identità! Sono tuttora sicuro di aver commesso un errore, ho creato una mac­china in grado di costruire esseri umani, quando solo la natura lo può fare. Quando la ideai non esistevano un originale e dei replicati, ma eravamo una persona sola: chiunque io sia sono comunque colpevole. I nuovi-io vo­levano semplicemente fare quello che io volevo fare, cioè continuare l'esperimento senza accorgersi che essi stessi erano il frutto dell'esperimen­to. Ricordo lo stupore del­l'altro-io quando gli dissi che non era l'originale e lo capi­sco solo ora che qualcuno lo ha detto anche a me. Io ho dei ricordi ben precisi di più di mezzo secolo di vita, per quanto io cerchi di pensare, non capisco come sia possi­bile che io sia un replicato. Ma questo era quello che mi diceva anche l'altro-io. Ma se io sono effettivamente un replicato, che razza di mostro contro natura sono? Quale può es­sere il mio futuro? Quando colui che mi tiene pri­gioniero avrà sistemato tutti gli altri re­plicati, finalmente, avrà il tempo di pensare a me. Anche lui si è accorto della pazzia di questa maledetta invenzione e, dai rumori che ho sentito, credo che l'abbia già distrutta. Ma ormai il danno è fatto e non posso biasimarlo se deciderà di uccidermi. An­ch'io avrei fatto la medesima cosa, in fin dei conti io sono lui! Solo uno di noi resterà vivo e per tutta la vita penserà alle conseguenze di quello che ha costruito.

L'invenzione © 2026 by Gian Luca Baldrati is licensed under Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International

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