lunedì 23 febbraio 2026

Facilis descensus Averno*

 

Cammino solo immerso nel buio della città. Qualche vecchio e sporco lampione non emana suffi­ciente luce per illuminare tutta la strada, ma s'insinua debolmente fra le tenebre. Un maligno vento gelido mi scosta il cappotto e mi fa rabbrividire. Le vie che per­corro sono luride e gli sguardi vuoti degli edifici che le costeggiano mi intimoriscono. Un uomo coperto di cartoni e di stracci sta dormendo accasciato in un an­golo. Continuo a camminare e lo supero senza distur­barlo. Mi pare di scorgere una figura in lontananza, si sta avvicinando con passo veloce. Sembra venire pro­prio verso di me. Credo sia una donna. Mi si ferma da­vanti e si aggrappa al mio collo. Mi fissa negli occhi, l'osservo. Ha i capelli neri, lunghi fino alle spalle e spettinati, forse per colpa di questo fastidioso vento. Il suo volto è sporco e sembra che non sia affatto curato. Dopo pochi istanti avvicina le sue labbra al mio orec­chio sinistro e mi implora di aiutarla. Detto questo fugge via.
Non posso rifiutare una richiesta di aiuto, devo fare qualcosa. I suoi occhi! Pareva fosse disperata. Decido di inseguirla. La donna mi sembrava stanca, ma ora sta correndo molto velocemente e fatico a mantene­re il suo passo. Mi accorgo che poco alla volta la di­stanza che ci separa si sta dilatando. Un uomo ci vede correre e mi blocca rapidamente. Probabilmente crede che lei stia scappando da me, non ha capito che io vo­glio solo aiutarla, ma se attendo ancora rischio di per­derla. Con uno strattone mi libero dalla sua presa e ri­prendo a correre. Credo di riuscire a vedere ancora la donna, malgrado l'oscurità, eccola, sta svoltando a de­stra. La seguo, ma mi ritrovo in un vicolo cieco. Della donna non vi è più traccia. Nel vicolo ci sono due porte, ma sono saldamente chiuse dall'interno. Forse non ho visto bene e torno sui miei passi. Mi accorgo che l'uomo che mi aveva bloccato ha chiamato rinforzi e ora sta venendo verso di me con fare minaccioso. Sono io ora a dover scappare. La città mi sembra un malefico labirinto e non so dove andare. Purtroppo i miei inse­guitori devono conoscere molto bene queste anguste vie, perché si sono separati. Dopo poco, infatti, me ne ritrovo un gruppetto davanti a bloccarmi il passaggio: mi hanno catturato!

Gli uomini mi additano e pronunciano frasi con­citate in una lingua che non conosco. Cerco di spiegare che io non volevo fare del male a quella donna, ma sembra che non mi capiscano. Continuano ad accusar­mi di qualcosa e, in effetti, i fatti sono contro di me. Se solo ci fosse una via di fuga! Mi immobilizzano le braccia e mi costringono a camminare con loro. Uno di essi mi prende il portafogli da una tasca del cappotto e lo esamina. E' inutile protestare, sono troppi, spero solo che mi portino da qualcuno che conosce la mia lingua così che io possa spiegare cosa è accaduto. Mentre stiamo viaggiando in silenzio la mia mente torna alla donna misteriosa. E' stata lei la causa di questa situa­zione ambigua, ma mi ritrovo a preoccuparmi per cosa le possa essere accaduto. Dopo alcuni minuti arriviamo davanti a un vecchio e tetro edificio. Entriamo.

Ci troviamo in uno stanzone vuoto con i muri che hanno perso da tempo l'intonaco. L'ambiente è illuminato dalla sporca luce gialla di due logore lampadine senza lampadario attaccate al soffitto. Si sente puzza di umidità e di muffa. Mi spingono senza troppa cortesia in un'altra stanza, buia e vuota, più piccola della prece­dente. Sento la porta chiudersi dietro le mie spalle. Quali saranno le loro intenzioni? All'improvviso in­ciampo in qualcosa di morbido e cado in avanti. Prendo un accendino dalla tasca destra del cappotto e faccio luce. Mi ritrovo davanti un donna molto vecchia che mi sta guardando. Le chiedo immediatamente se conosce la mia lingua, ma mi fa capire a gesti che è sorda e muta. Dopo qualche altro sguardo perde interesse per me e torna alla sua occupazione iniziale: stava man­giando un grosso ratto! Si accorge che la sto ancora fis­sando e mi offre un brandello di carne sanguinante. Ri­fiuto con un cenno del capo e spengo l'accendino ri­piombando nel buio.

Dopo una decina di minuti due uomini aprono la porta e mi riportano nella stanza grande. Hanno portato delle panche che ora sono sistemate concentricamente e sono tutte occupate da una folla rumoreggiante. Al centro della sala è stata posta un sedia. E' proprio a essa che mi conducono e mi costringono a sedermi. Dalla porta principale entra una donna vestita eccentri­camente e vistosamente truccata. Mi addita con fare accusatorio. Mi accorgo con stupore che si tratta della medesima donna che mi aveva chiesto aiuto per strada. Mi sembra che sia trascorso un secolo da allora. Anche gli uomini iniziano ad accusarmi di qualcosa, ma non capisco cosa dicono. La donna fa zittire tutti con un urlo e dice qualcosa nella loro strana lingua, poi mi si avvicina e mi prende per mano. Mi aiuta ad alzarmi e mi conduce nella stanza piccola. Regge una lampada che un uomo le ha porto già accesa.

La donna si guarda attorno e illumina la vecchia ancora stesa al centro della stanzina. Le dà un calcio violentissimo scostando un mucchio di stracci e al­zando una nuvola di polvere. Della vecchia non c'è traccia. Non capisco da dove possa essere uscita. La donna mi guarda: sono io adesso a doverle chiedere aiuto. Mi risponde con voce mesta e pacata.

- Ti trovi in una brutta situazione - mi dice - io ho cercato di difenderti, ma sono convinti che tu voles­si farmi del male. Temo che ci siano poche speranze per te. Cercherò di fare un ultimo tentativo. - Pronuncia queste parole senza trapelare sentimenti.

Continua a guardarmi. Mi da un bacio e mi con­duce fuori nella stanza grande. Torno sulla sedia senza bisogno che mi accompagnino. Gli uomini riprendono ad accusarmi con la stessa irruenza di prima e la donna mi punta il dito contro. Dice qualcosa nella loro lingua, sembra mi stia insultando. Si mette le mani sulla faccia e inizia a piangere disperatamente. Non credo che mi stia difendendo. Gli uomini si alzano in piedi e inizia­no a parlare concitatamente fra di loro. Le mie speranze calano sempre di più. Inaspettatamente scorgo sull'in­gresso la vecchia che mi invita con dei gesti a raggiun­gerla. Mi guardo attorno: sono tutti impegnati nella di­scussione, perché non tentare? Mi alzo di scatto e con pochi balzi sono sulla porta. Iniziamo a correre insieme lungo la strada. Purtroppo gli uomini si sono accorti della nostra fuga e hanno preso ad inseguirci. Mi rendo conto troppo tardi che la vecchia è inciampata ed è caduta: le sono già addosso. Mi ha aiutato a fuggire, non posso abbandonarla. Torno sui miei passi e noto con orrore che alcuni uomini la stanno mordendo strappandole la carne. Uno di essi mi indica con un ge­sto di andarmene, ma, visto che rimango, alcuni mi ag­grediscono. Sono costretto a scappare nuovamente. Non riesco più a orientarmi in questo dedalo di vicoli e non so più dove mi trovo. Gli uomini tuttavia mi sono alle costole. Inizio a temere di non farcela più, quando mi sento prendere per un braccio.

La mano che mi ha afferrato mi trascina all'inter­no di un edificio buio. Odo una porta chiudersi dietro di me. Il mio ignoto salvatore mi trascina su alcune vertiginose rampe di scale fino al secondo piano. Ci troviamo in un corridoio illuminato, finalmente posso vederlo e ringraziarlo: è la donna giovane! Sto per dire qualcosa, ma mi chiude la bocca con una mano. Arri­viamo silenziosamente a una porta ed entriamo. Ci troviamo in una piccola stanza. Le pareti sono ricoperte da grosse tende rosse appesantite dalla polvere. Al centro della stanza vi è un letto a baldacchino con le coperte e le lenzuola in disordine. Tutto l'ambiente è illuminato da un'elegante abat-jour arancione posta su un comodino a fianco del letto. Lungo le pareti vi sono dei comò e un mobile da toeletta letteralmente som­merso da spazzole, pettini e cosmetici. Dai cassetti aperti dei comò escono dei vestiti che vanno anche a ri­coprire il pavimento accumulandosi negli angoli. La donna mia aiuta a togliermi il cappotto e si siede con me sul letto. Mi da un bacio e mi fissa negli occhi.

- Se hai dei soldi puoi trascorrere la notte con me - mi dice.

Provo a spiegarle che i miei accusatori mi hanno preso il portafogli e che comunque è mio desiderio po­ter andar via. Sembra profondamente offesa dalla mia risposta. Si alza come sconvolta ed esce nel corridoio lasciando la porta aperta. Sento dei passi affrettati, poi il rumore di qualcuno che sta bussando a una porta. Una chiave gira in una serratura. La prostituta parla con un uomo in quella strana lingua che non conosco. La sento piangere, credo sia meglio che io tagli la corda. Mi infilo il cappotto ed esco. Non posso fuggire da dove sono arrivato, perché il corridoio è bloccato dalla donna e da due uomini che mi guardano allibiti. Vado dalla parte opposta. Il passaggio termina su una fine­stra. La sfondo e mi calo fino a terra reggendomi a una grondaia. Appena arrivo una scarpa mi colpisce al braccio sinistro. Me l'ha lanciata la donna dalla fine­stra. Sta urlando qualche insulto nella sua strana lingua. Questa volta non mi prenderanno, stanno ancora scen­dendo le scale e io ho un grosso vantaggio. Scappo ancora, ma non so dove…

*"Sate sanguine divom,/ Tros Anchisiade, facilis descensus Averno;/ nocte atque dies patet atri ianua Ditis;/ sed revocare gradum superasque evadere ad auras,/ hoc opus, hic labor est." "Sangue divino, troiano figlio di Anchise, la via verso l'Averno è facile, la porta del nero Dite è aperta giorno e notte, ma trarre indietro il passo e tornar su a rivedere il cielo è dura impresa, ardua fatica." Virgilio, "Eneide", "Liber sextus", 125-129.

Facilis descensus Averno © 2026 by Gian Luca Baldrati is licensed under Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International

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