giovedì 26 febbraio 2026

Il Guardiano


I ricordi di questa storia vanno sempre più perdendosi nei meandri del mio cervello. Devo ormai fa­ticare per risalirne all’inizio, ma con uno sforzo ci riesco. Mi trovai, solitario, a percorrere una buia ed impervia strada di montagna dopo aver terminato un servizio fotografico a Gorgona. La mia automobile saltellava sulle buche del cammino accidentato, mentre la mia mente pensava al resto della troupe che era rimasta in città e aveva preso alloggio in un albergo. Saggia decisione la loro. Io, causa altri impegni, non ero potuto restare ed ero scappato via il prima possibile. L’indomani avrei dovuto iniziare a lavorare per un nuovo e importantissimo servizio a Boscoscuro pratica­mente all’alba e non potevo arrivare in ritardo. Non avevo mai affrontato quel tragitto im­merso nei boschi secolari di montagna prima di allora e mi persi o, almeno, credetti di essermi perso. Le scarse indicazioni erano ambigue e quasi coperte dalla ruggine e le strade sembravano es­sere tutte uguali. Scelsi arbitrariamente una direzione sperando che fosse quella giusta. Rimasi solo nella notte. Gli alberi sembravano voler inghiottire il percorso e il buio… era talmente denso da far ve­nire i brividi. Il viaggio pareva non terminare più, curve, salite, discese si succedevano in conti­nua­zione. Iniziò, come se non bastasse, anche a piovere a dirotto.

Mi accorsi con stupore che la lancetta della benzina nel cruscotto dell’auto era scesa pauro­samente verso lo zero. Rimanere a secco sarebbe stato il colmo in una nottata come quella. Pur­troppo mi ca­pitava spesso, causa la mia faciloneria, di avventurarmi in lunghi viaggi senza preoccu­parmi di controllare il serbatoio e poi, immancabilmente, rimanevo a piedi. Pregai che la mia auto, almeno per una volta, riuscisse a resistere, ma, come al solito, fu tutto inutile. L’auto saltellò un paio di volte, poi si fermò. Provai a riaccenderla, ma dopo aver percorso pochi metri si fermò nuovamente e definitivamente. Imprecai per la mia dimenticanza, ma dovetti accettare la realtà: era notte e io ero appiedato in un angolo sperduto del mondo e mi trovavo sotto a quello che poteva benissimo essere definito un nuovo diluvio universale. Pensai al da farsi. Avrei potuto attendere che si facesse giorno e che passasse qualcuno a cui chiedere aiuto, ma addio servizio fotografico a Bo­scoscuro, non ce l’avrei mai fatta. Oppure avrei potuto incamminarmi e cercare aiuto in qualche abitazione della zona, in fin dei conti erano solo le dieci di sera e sicuramente ci sarebbe stata qual­che buon’anima disposta ad aiutarmi. Il servizio era un’occasione troppo importante per me, non avevo scelta. Presi l’ombrello dal sedile posteriore e la torcia elettrica dal portaoggetti e iniziai a camminare. Conti­nuai nella stessa direzione verso cui stavo andando, perché fino ad allora non avevo visto luci. Forse qualche possibilità c’era ancora.

La mia scelta non si rivelò poi così buona come avevo pensato e, dopo venti minuti di cam­mino, non trovai né un’abitazione, né incontrai un’auto di passaggio. Non mi persi d’animo e conti­nuai. Al­meno la pioggia andava scemando e presto il cielo si sarebbe riaperto. Imboccai una stra­dina ster­rata circon­data da alti cipressi che trovai alla mia sinistra e, dopo poche centinaia di metri, arrivai davanti a un enorme e tenebroso edificio che si presentò ai miei occhi come comparso dal nulla. Delle nere piante rampicanti si aggrappavano ai suoi muri fino ad arrivare quasi al tetto come se lo tenessero avvinghiato al terreno. La mia situazione rasentava il ridicolo: era quasi come se stessi leggendo la trama di un film d’orrore di serie B. Era notte, l’auto mi aveva lasciato a piedi e avevo trovato la casa della famiglia Addams. Dall’edificio non proveniva alcuna luce e non vi erano segnali che fa­cessero pensare alla presenza di vita umana. Se non altro poteva essere un riparo per la piog­gia. Entrai dalla porta principale che trovai semplicemente socchiusa.

Immediatamente un odore acre investì le mie narici provocandomi un capogiro. Appena mi ri­presi iniziai a guardarmi attorno. Così come l’esterno, anche l’interno, debolmente illuminato da una pallida luna che, nel frattempo, era spuntata nel cielo, faceva pensare che l’edificio fosse ab­bandonato da anni. Illuminai meglio con la torcia elettrica che avevo preso dall’auto. Sull’ampio atrio si aprivano numerose porte laterali e delle scale, che si trovavano proprio davanti all’entrata, conducevano al piano superiore. In passato doveva essere stata sicuramente la villa di una famiglia benestante.

Mi feci avanti fra la polvere con un leggero brivido freddo che mi attraversava la schiena: l’ambiente era fin troppo lugubre e inquietante. Non sapevo esattamente cosa stavo cercando, ma ormai si era fatto tardi e non avevo certo voglia di continuare a camminare inutilmente nel fango. Provai ad aprire alcune porte, ma le trovai quasi tutte chiuse a chiave. Entrai nella prima stanza che trovai aperta. Era una vasta sala da pranzo dominata da una lunga e massiccia tavola ancora imban­dita; tutto faceva pensare che un nutrito gruppo di persone avesse consumato un sontuoso pranzo e che nes­suno si fosse preoccupato di ripulirne i resti. Le pareti erano ricoperte da pregiati arazzi de­formati dal peso della polvere. Tutto ciò appariva alquanto insolito.

Incuriosito mi avvicinai al tavolo per osservare meglio. Era pieno di avanzi di cibo, ma tutto era ormai marcio e avariato. Stavo ancora pensando a quanto fosse strano quello che avevo davanti agli occhi, quando ebbi l’impressione che qualcosa si muovesse a pochi passi da me. Illuminai la parete che avevo di fronte con la torcia e vidi che effettivamente l’arazzo che ricopriva il muro si stava muovendo! Un brivido attraversò tutto il mio corpo. Mi guardai attorno: non c’erano finestre aperte, ma forse, dalla porta socchiusa, entrava del vento. Arrivai fino all’arazzo e, dopo averlo sollevato, trovai, dietro di esso, solamente la parete il cui intonaco si sbri­ciolò al contatto con la mia mano. Risi di me, cosa mi aspettavo di trovare? Pensai che l’atmosfera del luogo mi avesse sugge­stionato e mi calmai.

Illuminai casualmente il muro opposto e non potei trattenere un gemito d’orrore: c’era un fi­gura! L’arazzo del muro opposto copriva una persona e io ne individuavo chiaramente la sagoma. Qual­cuno era rimasto fermo lì, immobile, per tutto il tempo in cui io ero stato nella stanza! Rimasi para­lizzato dalla paura, ma anche la mia nemesi non si mosse! Chi poteva essere? Cosa ci faceva in quella casa abbandonata? Che fosse un folle? Poteva essere un pericolo per me? Queste e mille altre domande assalirono il mio cervello. Dovevo fare qualcosa, non potevo continuare a indugiare. Presi un coltello dalla tavola e mi avvicinai brandendo la mia arma improvvisata più per farmi co­raggio che per altro. Arrivato all’arazzo lo scostai violentemente per cogliere di sorpresa colui che mi stava spiando, ma, con stupore, anche qui trovai solo il muro retrostante. Il mio gesto violento doveva aver strappato i vecchi sostegni dell’arazzo che mi cadde addosso. Che stupido che ero stato, probabilmente avevo visto solo una piega del tessuto e ora ero tutto ricoperto di polvere. Pensai a quanto potesse essere forte l’autosuggestione in certi momenti.

Iniziai a scostarmi di dosso l’arazzo quando udii i primi suoni. All’inizio fu solo un rumore di fondo che cresceva lentamente d’intensità. A intervalli irregolari si distinguevano dei tintinnii, come di posate e piatti che sbattevano fra loro. Presto anche quello che inizialmente era solo un bru­sio di­venne chiaro: era un insieme di voci che stavano discorrendo. L’arrivo di questi suoni fu rapi­dis­simo e io, per la terza volta, fui preso dal panico. Questa volta, però, non poteva essere sugge­stione! Potevo aver visto nel buio immagini che non c’erano, potevo aver male interpretato le pie­ghe della stoffa, ma i suoni erano reali. Completamente atterrito mi liberai dell’arazzo e raccolsi la torcia che mi era caduta. Illuminai nuovamente la sala e quello che vidi mi fece pensare di essere impazzito. Tutte le sedie ora erano occupate da persone che stavano mangiando. Non credetti ai miei occhi. Come potevano non essersi accorti di me? E io come potevo non essermi accorto del loro arrivo? E il cibo, non era forse marcio? E la luce? L’unica fonte di luce era la mia torcia elet­trica, altrimenti la sala sarebbe stata completamente buia! Illuminai meglio i presenti e un brivido mi raggelò il sangue: erano tutti cadaveri! Stavano mangiando, stavano parlando fra di loro, alcuni ridevano, altri litigavano, ma erano tutti morti! Ne illuminai casualmente uno in volto. La metà de­stra della sua faccia era in un avanzato stato di decomposizione e, dall’orbita destra, priva di occhio, uscì un grosso verme che cadde nel piatto. Non potevo continuare a guardare quell’orrenda visione e, dal momento che nessuno sembrava preoccuparsi della mia presenza, scappai via. Tornai nell’atrio principale e, senza pensare troppo, sconvolto da quanto avevo visto, entrai in una nuova stanza la cui porta non era chiusa a chiave.

Appena mi guardai attorno, mi resi conto di trovarmi in una biblioteca. Rimasi immobile per respi­rare e per pensare all’accaduto. Dall’esterno della stanza non arrivavano più rumori. Probabil­mente avevo avuto un’allucinazione, la villa antica e tenebrosa, il temporale e la stanchezza erano le cause di quello che mi era accaduto. Non c’era altra spiegazione possibile. Solo una stupida alluci­nazione. Eppure era stato tutto così reale… In ogni caso non avevo la minima intenzione di tornare nella sala da pranzo per verificare che fosse ancora vuota, quello che avevo visto, che fosse reale oppure no, mi aveva impressionato già abbastanza. Pensai meglio alla mia situazione. La villa era abbandonata e non c’era modo di chiamare qualcuno che mi venisse a prendere. Si era fatto tardi e fuori doveva essere molto freddo, per cui era inutile riprendere il cammino, avrei ottenuto solo un probabile raf­freddore. Rimaneva solo la casa, per quanto inquietante essa fosse. Al momento ero ancora troppo agitato per dormire, così decisi di osservare meglio la stanza in cui ero arrivato.

Tutte le pareti erano coperte da altissimi scaffali e mobili intagliati ripieni di libri all’apparenza an­tichi. Per il resto la biblioteca era vuota, eccezion fatta per un tavolo e una sedia vicini ad una fi­nestra e alcune logore poltrone al centro. Si respirava il caratteristico odore della carta invecchiata. Tutto sommato l’ambiente era piacevole e riuscii a rilassarmi un poco. Un vec­chio camino dava alla stanza un aspetto ancora più accogliente. Magari avrei potuto cercare un po’ di legna secca per ac­cenderlo e scaldarmi. Misi in tasca il coltello che avevo preso nella sala da pranzo e mi avvicinai a uno scaffale interessato a quell’immensa raccolta di sapere. La villa con­teneva oggetti di valore e ero stupito dal fatto che il tutto, pur essendo abbandonato, fosse ancora in buono stato. Presi un li­bro a caso e con cura lo aprii. Le pagine si sbriciolarono immediatamente e da esse uscirono frotte di insetti neri che mi corsero sulle braccia. Lanciando un urlo di spavento, lasciai cadere tutto quello che avevo in mano e mi scrollai da dosso quegli insetti. Ripresomi dal colpo, raccolsi la torcia, che, per fortuna, era scampata anche alla seconda caduta e controllai di non avere altri insetti addosso. Il libro giaceva a terra semidistrutto.

Evidentemente solo l’aspetto della biblioteca faceva pensare che fosse ben conservata, ma quello che essa conteneva era ormai irrecuperabile. Udii un colpo secco alla mia sinistra. Mi voltai e il­luminando vidi che un libro era caduto da solo dal suo scaffale e altri insetti neri stavano uscendo dalle sue pagine sbriciolate. Altri libri presero a cadere e da tutti uscirono degli insetti neri che ini­ziarono a ricoprire il pavimento come tante macchie d’olio. Tornai ad avere paura. Come nella sala da pranzo era tutto troppo strano per essere un evento naturale e troppo reale per essere un’allucinazione. Mi ritrassi da quello sciame caotico e arrivai con le spalle alla finestra. Appog­giai una mano a una libreria, ma immediatamente me la ritrovai ricoperta di insetti neri. Cercai di farli cadere e vidi che alcuni mi stavano già salendo lungo le gambe. Dalla finestra la fuga era resa impossibile da massicce inferriate, così decisi di attraversare di corsa la stanza e di uscire dalla porta.

Arrivato nell’atrio corsi verso il portone d’ingresso, ma non riuscii ad aprirlo. Forse chiu­dendolo lo avevo incastrato. Imprecai. Dalla biblioteca intanto stavano uscendo i primi insetti neri. Chiusi la porta, ma non fu sufficiente a bloccare la loro avanzata. Cercai di calpestarli, ma erano troppi e dopo poco me ne trovai un’infinità addosso. Se fossi rimasto lì mi avrebbero certamente ricoperto, dovevo prendere una decisione in fretta. Corsi istinti­vamente su per le scale e arrivai al primo piano.

Mi trovai a metà di un lungo corridoio su cui si affacciavano numerose stanze. Entrai, senza pensare troppo a quello che stavo facendo, in una di queste. Si trat­tava di una sontuosa camera. Al centro della stanza c’era un letto a baldacchino e in tutti i lati dei ricchi mobili ancora intatti mal­grado l’apparente età. Fra tutti gli ambienti che avevo visto nella villa quello era certamente nelle condizioni migliori. All’esterno il cielo doveva essersi aperto quel tanto che bastava a liberare una tenue luna che illuminava la stanza con una luce spet­trale. Mi accorsi di avere il fiatone per la corsa sulle scale. Nella casa c’era qualcosa di strano, di innaturale. Non era una buona idea trascorrere lì la notte, era decisamente meglio affrontare il freddo e il fango che mi attendevano fuori.

Feci per uscire quando fui attirato da una bellissima specchiera decorata e mi avvicinai ad essa. Da­vanti al mobile c’era un seggiolino che urtai. Lo specchio, pur essendo evidentemente an­tico, era ancora perfetto e il mobile, complessivamente, doveva avere un grande valore. Un lieve mo­vimento nelle tendine del letto si rispecchiò in esso. Mi voltai di scatto per illuminarlo. Niente. De­ciso, im­pugnai nuovamente il coltello che avevo prelevato dalla sala da pranzo e mi avvicinai. Quando sco­stai le tendine trovai il letto vuoto con le coperte in disordine, come se qualcuno vi avesse dormito e non si fosse preso la briga di riordinarlo. Ancora una volta mi ero fatto suggestio­nare. Udii un ru­more provenire da un armadio. Probabilmente era il legno tarlato che stava cedendo, ma ormai avevo i nervi a fior di pelle e bastava un niente per spaventarmi. Avrei potuto scappare. Certamente avrei dovuto, ma c’era qualcosa che m’impediva di farlo. Dovevo sapere. Volevo capire cosa stava accendo, volevo chiarire se era la mia mente che mi stava giocando brutti scherzi oppure, nella casa c’era veramente qualcosa di irreale. Andai ad aprirlo, ma trovai solamente dei vecchi abiti da bambina. Un altro rumore venne dalla finestra. Questo era molto più inquietante del prece­dente, sembrava quasi che qualcuno stesse sfregando una mano sul vetro provocando un fastidioso stridio. Eppure non poteva essere così, il suono doveva provenire necessariamente dall’esterno, do­veva trattarsi sicuramente di un uccello notturno o di un altro animale delle tenebre. Cercai invano di calmarmi, ma fu inutile. La cosa migliore che avrei potuto fare era sicuramente cercare di uscire al più presto da quella casa maledetta e tornare alla mia auto. Ancora un secondo lì dentro e sarei im­pazzito.

Un nuovo rumore proveniente dallo sgabello che si trovava davanti alla specchiera mi fece trasalire. Scricchiolò come se qualcuno vi si fosse seduto sopra. Lo illuminai istintivamente e vidi che, ov­viamente, avevo male interpretato il rumore, ma quando guardai lo specchio rabbrividii dal terrore. In esso si specchiava l’immagine di una ragazzina intenta a sistemarsi i capelli, proprio come se fosse seduta sullo sgabello. L’osservai paralizzato senz’avere nemmeno la forza per respi­rare. Do­veva avere una decina d’anni e indossava una camicia da notte verde tutta sgualcita. Aveva dei lunghi capelli biondi e lisci che le arrivavano abbondantemente fin sotto le spalle. La sua pelle era estre­mamente pal­lida e i suoi occhi erano contornati da aloni neri. Sembrava fosse malata. Io la vedevo, vedevo la sua immagine nello specchio come se fosse seduta davanti a me, eppure non c’era! Continuai a fissarla attonito incapace di allontanare lo sguardo finché si accorse della mia pre­senza e i suoi occhi incrociarono i miei. La sua immagine si voltò con la schiena ri­volta verso lo specchio. Se la bambina si trovava veramente nella stanza, in quel momento mi stava guardando! Come potevo reggere lo sguardo di un fantasma invisibile? Senza pensare troppo corsi via dalla camera e scesi lungo le scale con l’intenzione di andarmene, in un modo o nell’altro.

Non riuscii a giungere fino all’atrio, perché rimasi spaventato a morte quando vidi che nella polvere depositata in esso c’erano delle impronte. Mi immobilizzai sulle scale. Dopo aver pensato un attimo scoppiai a ridere: erano le mie! Io mi ero mosso da una stanza all’altra prima di salire al primo piano. Rapidamente la mia risata si trasformò in un’espressione di terrore: le orme stavano cre­scendo di numero! Era come se qualcuno, uno o più esseri invisibili, si stessero movendo nell’atrio. Pensai a cosa potevo fare. Arrivare fino alla porta d’ingresso senza incontrare quelle en­tità immate­riali era estremamente difficile e, anche se vi fossi riuscito, avrei comunque avuto il pro­blema di riuscire a sbloccarla e aprirla rapidamente. Eppure io volevo andarmene e dimenticare il più in fretta possibile quella villa infernale.

Approfittando di un momento in cui gli esseri invisibili erano lontani mi infilai in una porta che si trovava subito alla sinistra delle scale. Senza nemmeno guardare dove ero arrivato chiusi immediatamente la porta dietro di me e respirai profondamente. Quella in cui mi trovavo era una cucina. Nella parete opposta alla mia c’era un’altra porta, chiusa. Mi guardai attorno più attentamente cer­cando di raccogliere le idee. Era piena di pentole e utensili vari che nemmeno conoscevo ben ripo­sti e ricoperti di polvere. Anche in quella stanza, come in tutte le altre, erano ben evidenti i se­gni dell’abbandono.

Improvvisamente la porta chiusa davanti a me si aprì e ne uscì un vecchio che reggeva in mano un’antichissima lanterna a olio accesa. Rimasi paralizzato dall’apparizione, ma il vecchietto, al contrario, mi guardò con naturalezza.

- Vieni con me – mi disse – seguimi. – E tornò da dove era venuto lasciando la porta aperta dietro di sé.

Cosa potevo fare? Aprii la porta sull’atrio e vidi dalle impronte che le entità invisibili non se ne erano andate. Il vecchio mi era sembrato vivo, reale, mi aveva parlato. E poi aveva la lanterna, fino ad allora tutti i fantasmi che avevo visto si muovevano nel buio più completo. Forse avrebbe potuto spiegarmi cosa stava accadendo. Decisi di seguirlo, ma per precauzione estrassi dalla tasca il col­tello che avevo preso nella sala da pranzo. Osservai meglio la mia arma e decisi di scambiarla con un lungo coltello da cucina che si trovava appeso a un muro.

La porta dalla quale era arrivato il vecchio dava su delle scale di legno quasi marcio che scendevano giù nel buio profondo. Scesi e mi trovai nel corridoio umido e stretto di una cantina. Del vecchio non vi era più alcuna traccia. E se fosse stata una trappola? Ormai ero carico di adrena­lina e non avevo più intenzione di fermarmi. Illuminai una stanza laterale che conteneva qualche centinaia di bottiglie scure. Entrai. Trovai anche delle damigiane e un’inconfondibile odore di muffa, ma null’altro. La cantina era veramente fredda, ma i brividi che mi attraversavano continua­mente tutto il corpo sicuramente non erano dovuti alla temperatura. Tornai nel corridoio e proseguii guardan­domi attorno con circospezione. Il percorso svoltava a destra e io mi ritrovai il vecchio di fronte.

- Il sono il Guardiano. – Mi disse.

- Il guardiano della casa intende dire? – Chiesi dubbioso.

L’uomo mi guardò per alcuni istanti senza battere ciglio dando l’impressione di sorridere.

- Il Guardiano della Follia. – Rispose.

Rimasi senza parole. Era l’unico essere umano vivo che avevo incontrato da quando ero en­trato nella villa ed era pazzo. Solo un pazzo poteva vivere in quell’edificio terrificante. Mentre stavo pensando a cosa fare parlò nuovamente.

- Hai un’arma – disse, per nulla preoccupato, guardando il coltello – uccidimi!

Lo guardai ancora più allibito di prima.

- Avanti, coraggio, non avere paura, uccidimi. Prendi il mio posto e diventa il nuovo Guar­diano. Liberami.

Le sue parole mi confusero sempre di più. Cosa dovevo fare? Cosa potevo dirgli? Prima che mi rendessi conto di quello che stava accadendo mi fu addosso con un’agilità e una forza inaspettate per la sua età e mi spinse contro il muro che trovai bagnato al contatto col mio corpo. Lo spinsi via facendolo cadere a terra e scappai addentrandomi ancora di più nella cantina.

Mentre stavo correndo udii delle grida indistinte che provenivano da dietro di me, ma quando mi voltai non vidi chi le produceva. Continuai a scappare senza pensare troppo a quello che stava acca­dendo e a dove stavo andando finché inciampai in qualcosa e caddi. Era lo scheletro di un essere umano! Mi ritrassi inorridito e mi rialzai. Le urla provenivano da tutte le direzioni e attorno a me comparvero delle figure impalpabili che si avvicinavano minacciose. Facce deformate in ghigni grotteschi e corpi contorti in posizioni innaturali mi assalivano da tutte le parti a ondate suc­cessive. Ripresi a correre, ma dopo poco arrivai al termine della cantina. Mi rannicchiai in un an­golo. Le urla si erano fatte più intense e mi facevano accapponare la pelle. Non potevo rimanere lì, inerme, ad aspettare che accadesse qualcosa. Fuori di me, mi alzai in piedi e vidi che le figure si erano mol­tiplicate ed erano diventate ancora più terrificanti. Impugnai saldamente il coltello e, or­mai senza controllo, iniziai a colpire a caso davanti a me dominato da una furia non mia. Continuai a colpire come un pazzo quelle immagini malefiche con tutte le energie che avevo in corpo cadendo a terra più volte. Continuai ancora e ancora finché svenni.

Quando riaprii gli occhi le figure erano scomparse. Le pile della torcia elettrica si erano quasi esau­rite, ma producevano ancora un filo di luce sufficiente a illuminare attorno a me. Trovai a terra il vecchio colpito mortalmente più volte dal mio coltello. Giaceva disteso con un’espressione felice e serena nel volto ricoperto di sangue. Io lo avevo ucciso. Lo avevo ucciso e avevo preso il suo po­sto. Da quel momento in poi sarei stato io il Guardiano.

Ora sono io il Guardiano.

Il Guardiano © 2026 by Gian Luca Baldrati is licensed under Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International

Nessun commento:

Posta un commento

Puoi commentare quello che vuoi, non ci sono limiti

I più visualizzati