Anonimi passanti, come scintille di luce, mi sfrecciano accanto velocemente. Nessuno alza il capo per guardarmi, nemmeno per un istante. Come se non esistessi. Alcuni mi urtano, uno si scusa meccanicamente senza nemmeno avermi visto in faccia. Appena mi rendo conto dell'accaduto è già scomparso fra la folla. E' tutto così irreale... Io non esisto, i passanti non esistono, questa strada che sto percorrendo inconsciamente non esiste. Ognuno di noi sta sognando una personale realtà, ma i nostri sogni non s’intersecano, non comunicano. Io mi trovo qui in questo luogo, sono reale, ma nessuno mi vede. Non faccio parte del loro sogno. Rappresento per loro ciò che un passante rappresenta per me, una figura anonima che in pochi secondi scompare dalla mia visuale. Dal mio sogno. Siamo come prigionieri condannati all'ergastolo e vaghiamo senza senso nel cortile del nostro carcere. Non sono mai stato in una prigione, né come prigioniero, né per altri motivi, ma è così che me la immagino. I prigionieri, oltre che la libertà, hanno perso anche il senso del loro peregrinare. Credo di aver visto questa scena dei carcerati in qualche film e da allora mi deve essere rimasta impressa nella memoria. E' triste come la televisione condizioni la mia fantasia. Ma essa mi condiziona o mi annichila totalmente?
Perso nei miei caotici pensieri continuo il mio confuso vagabondare e cammino, incurante dei volti che incontro, lungo la mia strada. Guardo di sfuggita la mia immagine riflessa su una vetrina sporca di schizzi di fango. Anch'io sono come tutti gli altri passanti. Anch'io sono un prigioniero e continuo a camminare per godermi fino in fondo la mia ora d'aria. Un lampione si spegne al mio passaggio. Provo una sensazione insolita. Non è la prima volta che mi capita e ogni volta mi pongo delle stupide domande. Perché proprio al mio passaggio? E' un segnale? Significa forse qualcosa che non riesco ad afferrare? Devo interpretarlo in qualche modo? Poi capisco. Vorrei che tale avvenimento racchiudesse qualche arcano mistero, ma so benissimo che non è così. Si è spento semplicemente perché al suo interno qualcosa deve essersi rotto. Si è trattato solo di una coincidenza. Io non possiedo alcun magnetismo animale e nessun'altra inusitata forma di energia. Nessuno ha voluto comunicarmi qualcosa, solo una coincidenza. Allontano rapidamente questi pensieri e mi accorgo di aver percorso molta strada. Sento freddo, anche se il mio cappotto è ben chiuso. Forse sono rimasto troppo tempo all'aperto.
Entro istintivamente nel primo locale che scorgo. Sono investito da una violenta ondata calda che odora di fumo e di caffè. Tutti i vecchi bar possiedono questo particolare odore che mi ricorda piacevolmente il passato. Mi rimanda all'infanzia, quando mio nonno mi portava con se al bar e io mi sentivo adulto.
Il locale è affollato. Alcuni discorrono più o meno vivacemente, altri leggono il giornale, altri ancora bevono, soli, immersi nei loro pensieri. Mi sembra di non conoscere nessuno dei presenti. Mi avvicino al bancone. Il brusco cambio di temperatura fra l'esterno e l'interno m’infastidisce: ho l'impressione che la testa mi debba scoppiare da un momento all'altro. Il barista non sembra essersi accorto di me, sta guardando la televisione. Da quello che vedo stanno trasmettendo una partita di calcio. Non deve trattarsi di una partita importante, ma molti dei presenti non staccano gli occhi un secondo dallo schermo. Anch'io mi metto a guardare. Non riesco a capire quali siano le squadre che stanno giocando e, a dir la verità, non m’importa affatto.
Mi accorgo che il barista è in realtà molto più interessato alla cameriera che si china a ogni tavolo per raccogliere i bicchieri vuoti. E' una ragazza alquanto bassa, ma dai gradevoli lineamenti. Indossa una gonna abbastanza corta e molto larga che svolazza ogni volta che si sposta da un tavolo all'altro. I suoi movimenti sono meccanici e abitudinari, deve lavorare in questo locale da molto tempo. Tutte le volte che le capita di dover scomodare un avventore, sul suo volto si forma un sorriso cortese e ammaliante, ma appena non è osservata torna seria. Sembra che non sia contenta di quest’impiego. All'improvviso si accorge che la stiamo guardando. Per un attimo sembra imbarazzata. Il suo sguardo è spontaneo, ma la magia di quest’istante finisce subito. Prima si rivolge eloquentemente al barista incitandolo a lavorare e a smettere di guardarla, poi mi lancia un bellissimo sorriso e torna alle sue mansioni. Sono felice di quel sorriso e penso a qualcosa da dirle, ma mi rendo conto di non essere il solo a cui sorride. Anch'io sono un cliente per lei. Il suo gesto è automatico come la pulitura dei tavoli. Tutto questo mi ha reso triste e mi ha fatto pensare ai passanti che incontravo in strada. Se non altro il barista si è finalmente accorto di me.
Ordino una vodka liscia. Mi viene in mente che qualcuno è solito dirmi che non è bene bere alcolici quando si ha freddo, perché danno l'illusione del caldo, ma il corpo continua a sottostare alla temperatura rigida. D'altro canto non è bene neppure berli quando si ha caldo, quindi decido di lasciar perdere i consigli di chi tiene alla mia salute e di tornare alla vodka. Il barista l'ha già versata. Metto i soldi sul bancone e prima che io abbia preso il bicchiere in mano l'uomo li ha già infilati nella cassa. Per un attimo provo fastidio per questo gesto, poi mi rendo conto che ha solo recitato la sua parte e adesso che ha preso i soldi io non valgo più nulla per lui. Mi ritrovo a osservare senza troppa attenzione le bottiglie in mostra dietro al bancone quando sento qualcuno che mi tocca la spalla sinistra. Mi giro contrariato per vedere chi è il seccatore. E' una donna.
- Le è caduto questo da una tasca - dice mostrandomi un blocchetto di fogli tenuti fermi da una graffetta. Sono i miei, devono essere caduti quando ho estratto i soldi. La ringrazio garbatamente e ripongo la carta al suo posto. Dopo un minuto di silenzio imbarazzante la donna riprende a parlare.
- Anche a me capita di perdere sempre tutto, - mi dice, - qualcuno dovrebbe seguirmi ovunque per raccogliere quello che semino distrattamente.
Non m’importa molto di quello che mi sta dicendo, ma la osservo. E' giovane. E molto carina. Ha i capelli scuri e arruffati. Le guance sono rosse dal freddo, deve essere appena entrata. Incitata da una mia involontaria attenzione inizia a raccontarmi un aneddoto del suo passato. Le è capitato di perdere il portafogli e ha dovuto dannarsi l'anima per compilare delle denunce, perché all'interno teneva tutti i suoi documenti e alla fine l’ha ritrovato sul tappetino della sua auto, un’auto che non fanno più, ma lei la considera una parte di sé, perché glie l’ha lasciata suo nonno e, in più, in tanti anni che l’utilizza, non ha mai avuto un guasto. Mi lascia solo il tempo per annuire e io mi accorgo di sorriderle nello stesso modo con cui la cameriera sorride ai clienti. Intanto la ragazza si è convinta che io sia partecipe di quello che ha da dirmi e ha iniziato a lamentarsi del fatto che la gente non riesca più ad affezionarsi alle cose e si senta sempre appagata nel comprare nuovi oggetti. E' un inarrestabile fiume in piena. E' una bella ragazza, peccato che non m’interessi minimamente quello che mi sta dicendo. Devo interrompere questa situazione. Non mi piace bere in fretta la vodka e non era mia intenzione farlo, ma se non faccio alla svelta questa finisce per raccontarmi tutta la sua vita. Torno a guardare le bottiglie e la ragazza si rende conto di avermi infastidito. Interrompe il suo discorso, ma la pace dura solo pochi secondi.
- Mi deve scusare - riprende - a volte non mi rendo conto di quanto io possa essere pedante.
La perdono sperando che la smetta, ma intraprende il racconto di un altro episodio capitatole per colpa della sua parlantina. Butto giù le ultime gocce di vodka rimaste nel bicchiere e le comunico, forse troppo bruscamente, che devo andarmene. Mi saluta e china la testa, finalmente in silenzio. Ora sembra una bambina rimproverata. Non mi ero accorto prima di quanto fosse tenera e spontanea, quasi rimpiango di averla fermata. Sento il suo sguardo su di me mentre esco dal locale, ma non mi volto indietro, non saprei cosa dirle.
Fuori ha preso a piovere e io non ho un ombrello. Forse, se non mi fossi fermato in quel bar, sarei arrivato a casa prima che iniziasse. Accelero il passo per bagnarmi il meno possibile. Le gocce di acqua gelida mi fanno venire i brividi quando mi cadono sul viso. I passanti continuano a non guardarmi. Sono nuovamente fra i prigionieri. Il calore della vodka si esaurisce in fretta. Troppo in fretta. Il pensiero della vodka fa tornare la mia mente al bar. Conservo ancora nelle orecchie l'eco della voce della ragazza. Diceva un'enormità di sciocchezze, ma aveva una bella voce. Non era poi così tremendo starla a sentire ed era l'unica persona che si era rivolta a me spontaneamente. Non era come i passanti che fingono che io non esista. Non era come il barista che mi ha servito, per il quale io valgo solo per quei soldi che ho messo sul bancone. Non era come la cameriera che mi sorrideva solo perché era tenuta a farlo. Voleva solo parlare a un altro essere umano. Mi fermo. Ormai anche l'eco della sua voce è scomparso. Mi sono comportato con lei esattamente come un qualsiasi passante.
Torno sui miei passi di corsa, incurante della pioggia, e spalanco con veemenza la porta del bar. Gli avventori si girano tutti nella mia direzione, ma solo per pochi secondi. Per loro ho già cessato di esistere. Il mio sguardo arriva immediatamente nel punto in cui si trovava la ragazza. Non c'è più. Per un attimo rimango bloccato, come se mi fossi svegliato da un sogno. Provo a chiedere al barista, ma appena ho finito di parlare nel locale scoppia il caos. Una delle due squadre che stavano giocando nella partita trasmessa in televisione ha segnato. L'uomo non mi presta più attenzione e inizia a chiedere a tutti chi ha fatto goal. Vengono sparati diversi nomi, qualche tifoso della squadra che sta perdendo si lamenta dell'irregolarità dell'azione. Tutti urlano. Io sto perdendo tempo. Occorrono alcuni minuti prima che torni la calma. Finalmente il barista mi ascolta, ma non sa dove sia andata la ragazza. Non poteva dirmelo subito? Dice che una volta che un cliente ha pagato, dove vuole andare non sono fatti suoi. Penso che sia un idiota, poi mi ricredo e penso di essere io l'idiota. Ho lasciato scappare l'unica persona che si è interessata a me sinceramente. Esco dal locale. Ha iniziato a diluviare. E' impossibile capire da che parte sia andata. L'ho persa.
Prendo a camminare lentamente e lascio che la pioggia gelida mi bagni, senza più angustiarmi, anche se arriverò a casa fradicio.
Prendo a camminare lentamente e lascio che la pioggia gelida mi bagni, senza più angustiarmi, anche se arriverò a casa fradicio.
Un giorno di pioggia © 2026 by Gian Luca Baldrati is licensed under Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International




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