Il Cacciatore


E’ buio ed è già passata mezzanotte da parecchio tempo. Credo sia opportuno tro­vare un posto in cui dormire, non voglio rischiare di rimanere in un angolo di que­sta lu­rida e fetida città. Gorgona può diventare pericolosa anche per un uomo come me. Entro nel primo locale che trovo. Tutti gli avventori interrompono quello che stavano fa­cendo per guardarmi e mi seguono con gli occhi finché raggiungo il ban­cone. Il loro at­teggiamento è indifferente, ma mi infastidisce ugualmente. Probabilmente anch’io mi com­porterei come loro, al giorno d’oggi uno straniero può sempre rappre­sentare un poten­ziale pericolo. Il barista tarda ad arrivare e io ho il tempo necessario per guardarmi un po’ attorno. All’interno del locale ci sono più o meno venti persone e tutti hanno un’aria poco raccomandabile. Per un attimo mi metto a ridere: io non devo certo sembrare me­glio di loro. Nel frattempo è arrivato il barista e posso ordi­nare una birra continuando a guardarmi attorno con diffidenza. In mezzo a tutta questa gente potrebbe benissimo es­serci un infestato e, se così fosse, potrebbe accorgersi che io sono un Cacciatore. Non mi piace usare questa parola quando mi riferisco alla mia persona, ma è ciò che sono.

L’uomo che si trova alla mia destra, dopo avermi osservato a lungo, mi chiede da dove vengo. Anch’io l’osservo e mi rendo conto, dal suo alito, che è ubriaco. Gli ri­spondo senza dare troppa corda e mi ritrovo a fissare un uomo che si trova alla sua de­stra. I suoi occhi non mi piacciono, si muovono velocemente senza soffermarsi su qual­cosa in particolare. Intanto l’ubriaco si è accorto che il mio braccio sinistro è ro­botico e mi sta mostrando la sua gamba destra meccanica. Dice di non aver mai visto un arto arti­ficiale così ben costruito e mi chiede dove me lo hanno innestato. Ri­spondo vagamente, senza entrare troppo nei particolari, mentre continuo a tenere d’occhio l’altro uomo. Sta chiedendo da bere al barista, ma fatica parecchio a parlare. Sembra che non si senta af­fatto a suo agio e ha iniziato a guardarsi attorno. Potrebbe essere un infestato al primo stadio da un parassita poco evoluto. Il suo è un compor­tamento tipico. Nel locale c’è troppa gente, è pericoloso arrivare a uno scontro qui dentro, se è armato potrebbe pro­vocare una strage.

L’uomo sospetto si è accorto che lo sto fissando e si sta alzando come se vo­lesse scappare. I miei dubbi su di lui crescono sempre di più. Devo agire in fretta. Vediamo come reagisce a una scarica di ultrasuoni. Infilo la mano destra nella tasca dell’impermeabile e impugno l’emettitore elettronico. Una donna lo urta acciden­tal­mente e lo distrae, questo è il momento giusto per intervenire. Estraggo l’emettitore e l’attivo dopo averlo puntato su di lui. L’uomo pare colpito da un at­tacco di epilessia e cade in ginocchio. Non ci sono dubbi ormai: è un infestato.

Deve trovarsi in uno stadio più avanzato di quello che credevo, perché è già riuscito a ri­prendersi e sta infilando una mano nella giacca. Sono costretto ad arrivare a uno scontro diretto qui dentro, non c’è tempo per portarlo fuori, spero solo che non ci siano vittime. Faccio uscire dal mio avambraccio sinistro un cannoncino a energia e sparo. L’uomo riesce a saltar via ap­pena in tempo. E’ molto agile e sembra essersi ri­preso bene dall’attacco con gli ultra­suoni, credo di averlo sottovalutato. Aveva due pistole nascoste nella giacca e ora le sta impugnando.

Tutti gli avventori si sono messi a urlare e si sono spinti verso le pareti. L’uomo cerca di spararmi, ma io sono più veloce di lui e riesco a saltare dietro al ban­cone che mi ripara dai suoi colpi. Per fortuna gli ultrasuoni devono averlo un po’ scon­volto, normalmente gli infestati sono più veloci e più precisi. Il barista si è nascosto vi­cino a me e mi chiede spiegazioni, ma gli ordino di stare zitto, ora ho bisogno di tutti i miei sensi per sconfiggere il mio nemico. Cerco di fare attenzione ai rumori: le mie orecchie sono bioniche e riesco a capire facilmente che si trova ancora dentro al locale. Devo decidere come attaccarlo prima che esca o non riuscirò più a prenderlo. Dalla po­sizione in cui mi trovo riesco a vedere le tre lampade sul soffitto che illuminano l’ambiente. Mi è venuta un’idea.

Si sentono degli spari. Probabilmente qualche avven­tore ha provato a fare l’eroe senza rendersi conto che si trovava davanti a un infestato e si è fatto ammazzare. Col can­noncino adenergia distruggo le lampade e la sala piomba nel buio. Esco allo sco­perto, i miei occhi bionici possono vedere anche nel campo dell’infrarosso. Il mio nemico non si aspettava questa mossa e inizia a sparare contro il bancone. Così fa­cendo produce molto rumore e non riesce a rendersi conto che io mi sono già spostato e sto prendendo la mira. Con un colpo gli faccio esplodere la testa.

Il mio compito non è ancora terminato, devo trovare il parassita prima che scappi dal corpo che lo ospitava, altrimenti ho sacrificato una vita per niente. Estraggo il mio machete e inizio a colpire il cadavere in più punti. Così facendo il parassita si sente mi­nacciato ed è costretto ad uscire.

All’improvviso lo vedo. Ne ho distrutti molti da quando sono diventato un cacciatore, ma questa scena continua a farmi impressione. E’ un insetto scuro con un corpo grosso e lungo cinque centimetri e otto sottili e lunghis­sime zampe che sembrano metalliche. La testa è una palla nera piena di antenne e altri organi allungati. E’ rapidissimo e i miei colpi col cannon­cino vanno tutti a vuoto e sol­levano della polvere distruggendo quello che incontrano. Si sta allontanando troppo ve­locemente, rischio di perderlo di vista.

E’ saltato ad­dosso a un uomo rannicchiato in un angolo. Maledizione, così non posso sparare! Il parassita gli sta aprendo una ferita in una gamba in modo da poter entrare nel suo or­ganismo. L’uomo è terrorizzato e non riesce a muoversi, mentre gli altri avventori si sono allontanati. Mi rimangono pochi secondi, se non intervengo in tempo sarò co­stretto a ucciderlo. In un attimo gli sono sopra e, pochi istanti prima che entri nella carne, lo colpisco col machete scagliandolo via. L’uomo è salvo. Cerco subito il pa­rassita. Devo avergli danneggiato delle zampe, perché ora si muove molto più lenta­mente. Mi basta un colpo. Lo miro con calma e finalmente riesco a farlo esplodere. Ci sono riuscito, ho vinto!

Rassicuro i presenti che sembrano terrorizzati. Qualcuno mi chiede spiegazioni e, come tutte le volte, sono costretto a raccontare la stessa storia.

I parassiti sono dei costrutti biotecnologici. Volgarmente qualcuno li chiama ro­bot, anche se non sono costituiti di metallo come dei veri cyborg, ma di sostanza orga­nica come tutti gli esseri viventi naturali. Inizialmente furono costruiti per scopi bellici e rappresentavano un tipo di arma formidabile. Venivano programmati per en­trare fisica­mente nel corpo degli esseri umani e prendere il controllo dell’organismo che li ospi­tava. Il parassita poteva poi essere controllato e guidato a distanza con delle onde elettromagnetiche in una banda che il suo cervello era predisposto a ricevere. Il parassita aveva la caratteristica di potenziare il cervello dell’infestato che diventava così più ve­loce, più reattivo agli stimoli e in grado di ragionare con maggiore effi­cienza. In questo modo era possibile avere degli eserciti composti da uomini real­mente superiori e più forti. Era anche possibile infestare gli eserciti nemici e costrin­gerli a compiere azioni suicide. I parassiti, così come tutti gli esseri viventi, erano dotati anche di una piccola intelligenza personale. Purtroppo questi esseri, una volta connessi al cervello dell’infestato, ne assumevano tutti gli atteggiamenti e manifesta­vano la tendenza a svi­luppare dei desideri di libertà. Alcuni di essi riuscirono a schermarsi ai controlli elettro­magnetici e, sempre all’interno dei corpi degli infestati, riuscirono a fuggire e a disper­dersi fra la popolazione. I parassiti manifestarono ben presto anche la capacità di autori­prodursi, anche se questa impiegava molto tempo per giungere a termine e doveva avve­nire esclusivamente all’interno del corpo che li ospitava.

Ormai la diffusione dei parassiti è diventata massiccia e quella che un tempo era un’arma perfetta è diventata una terribile malattia. E’ nata così la figura dei Cac­ciatori, uomini come me che sono abili con le armi e cercano di fermare il contagio sterminando gli infestati. Noi cacciatori stiamo cercando di salvare l’umanità da quest’orrenda piaga biotecnologica.

Il Cacciatore © 2026 by Gian Luca Baldrati is licensed under Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International

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