Apro gli occhi. Dove sono?
È buio e qualche raggio di luce filtra da una tapparella non completamente chiusa.
Ho la nausea, la testa mi duole e quel poco che mi sembra di vedere della stanza ruota senza sosta.
Sono disteso su qualcosa di morbido, credo un divano. Non sono in grado di alzarmi. Chiudo gli occhi ancora per un po'.
Voci.
Mi sveglio.
Nella stanza c'è luce che proviene da una finestra. Un ragazzo e una ragazza parlano in maniera concitata. Non credo si siano accorti che mi sono svegliato. Non mi sembra di conoscerli.
Dentro la testa un martello pneumatico.
Davanti al divano un tavolino è pieno di bicchieri e bottiglie, alcune rovesciate. Un posacenere è colmo di filtri di canne e l'odore dell'hashish è ancora nell'aria.
Mi alzo a fatica, barcollando. Il ragazzo mi fa un cenno con una mano.
Accasciata contro il divano c'è una donna che dorme ancora, tutta sudata. In mano stringe ancora un bicchiere mezzo rovesciato col quale ha bagnato il tappeto.
Voci da un'altra stanza. Le raggiungo superando delle scale che conducono al piano primo.
Sono in una cucina.
Una ragazza mora sta preparando del caffè, mentre una sua amica e un ragazzo sono seduti a un tavolo ricolmo di bottiglie, piatti e posate. Anche il lavello e pieno e tutta la cucina è in disordine. A terra i frammenti di una bottiglia rotta in una pozza bagnata da cui esala odore di grappa. Appena l'aroma mi arriva al cervello mi viene la nausea.
Il ragazzo e la ragazza mi salutano. I loro visi non mi sono nuovi e mi siedo in una sedia libera.
La ragazza mora mi porge una tazzina di caffè e l'altra mi passa un vasetto pieno di zucchero mentre continua a parlare.
La testa non la smette di martellare, ma il caffè migliora un po' la situazione.
Li saluto e mi alzo, anche se faccio fatica a mantenere una posizione stabile. Raggiungo il bagno. Per un qualche motivo mi ricordo dove si trova. Un uomo sta dormendo nella vasca malamente rannicchiato. Quando si sveglierà starà peggio di me. Non lo disturbo, ma comunque non si sveglia nemmeno quando aziono lo sciacquone.
Nel polso destro ho un braccialetto nero di gomma. Non ne ho alcun ricordo. Non l'avevo quando sono arrivato qui. Quando sono arrivato qui?
Devo uscire.
La luce diretta m'infastidisce e per alcuni secondi sono costretto a tenere gli occhi chiusi.
Credo sia pomeriggio inoltrato dalle lunghe ombre prodotte dal sole. Non conosco questa zona di Gorgona, non credo di aver mai visto la strada in cui mi trovo. Il telefono! Il telefono mi dirà dove sono.
In tasca non ho nulla. Forse indossavo una giacca quando sono arrivato. Sì, avevo una giacca.
Rientro ancora barcollante.
I sopravvissuti della serata che ho visto quando mi sono svegliato sono più o meno tutti in sala. C'è anche l'uomo del bagno. È seduto sul divano con la testa abbandonata ciondolante. Non mi sembra più sveglio di quando l'ho visto l'ultima volta.
Chiedo della giacca e del telefono, ma nessuno sa niente. La ragazza del caffè mi dice che le giacche sono state portate al piano primo. Sì, anche le mia sarà là e anche il telefono, ma al momento non so se riesco a salire le scale. Il ragazzo che era in cucina mi sorride come per scusarsi e mi mostra il palmo della mano destra aperto. C'è una pasticca viola.
Li guardo tutti.
Poi prendo la pasticca.
Ricominciamo.
Apro gli occhi. Chi sono?
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