Olio nero



Un vicolo scarsamente illuminato da freddi faretti led si perde fra neri palazzi di decine di piani. Un rivolo di acqua putrida e maleodorante si scarica in strada da un pluviale spaccato. Cumuli di rifiuti e cartacce riempiono gli angoli e da essi sciamano topi e insetti al mio passaggio. Un'unta foschia mista a fumo aleggia nell'aria. Una porta di metallo nella parete a sinistra con la maniglia rotta presenta tracce di ruggine fra la vernice scrostata. Nella parete a destra l'intonaco marcio è quasi completamente caduto e rende irriconoscibile un vecchio murale.

L'ultimo giorno



Con passi deboli e malfermi mi aggiro ancora una volta in quel dedalo di cunicoli e pas­saggi che sono i bassifondi della tetra Gorgona e, come sempre senza una preci­sa meta, cerco risposte apparentemente plausibili ai miei dogmi inspiegabili. Inu­tilmente.

Ombre illusorie, nere come una notte senza luna, attraversano la mia strada. Si fermano e mi fissano. Poi se ne vanno dileguandosi nel nulla profondo da cui sono ve­nute. Posso vedere nei loro sguardi bui solamente altre domande. Le ombre scure si affollano attorno a me, vorrebbero impedirmi il cammino, ma, come fossero vecchie ragnatele appesantite e rese grigie dalla polvere, le spezzo con facilità e proseguo. Solo.

L'invarianza dell'atomo



Fin dai lontani tempi dell'infanzia sono sempre stato considerato una mente brillante e, già dai primi anni di studio, chi mi ha seguito e si è occupato di me, ha, in ogni occa­sio­ne, affermato con certezza che, in futuro, sarei in­dubbiamente diventato un grande scien­ziato e un geniale inventore.

Forse influenzato da ciò che gli adulti dicevano di me o forse guidato da caratteristi­che intrinseche, il mio amore per la scienza e per la ricerca non ha tardato a manifestarsi e, già quando ero solo un ragazzino, ero affascinato dai fenomeni fisici e chimici che il mondo mi presentava ed ero desideroso di poterli controllare. Ho avuto la possibi­lità di frequen­tare le migliori scuole e iscrivermi alla mi­gliore università esistente grazie alle mie quali­tà, ma, so­prattutto, grazie agli ingenti fondi messi a mia disposizio­ne dalla mia ricchis­sima famiglia.

Il palazzo


Aprii gli occhi di scatto, come se qualcuno mi avesse svegliato di soprassalto. Ero stordito e mi trovavo in una stanza buia. Mi sentivo molto stanco, avevo dormito sul pavimen­to in una posizione innaturale come se vi fossi stato gettato malamente. Provai ad ascoltare attentamente, ma non sentii rumori. Sembrava non ci fosse nessuno vicino a me. Nel luogo in cui mi trovavo regnavano le tenebre e, cercando invano una finestra per fare un po' di luce, trovai per caso una porta. Doveva essere costituita di legno molto antico a giudicare da come scricchiolò mentre la aprii. Mi ritrovai così in un balla­toio illuminato. Davanti a me una rampa di scale scendeva a destra e una saliva a sinistra. Non un rumore proveniva dalle due direzioni. Non sapevo assolutamente dove andare né cosa fare, perciò mi soffermai un attimo a pensare. Fino ad allora avevo agito d’istinto. Non avevo mai visto in vita mia quelle scale. Ne ero certo. Non mi ricordavo da che parte ero arrivato in quella stanza in cui mi ero svegliato. Non mi ricordavo, per la verità, nemmeno di esserci arrivato.

Il Guardiano


I ricordi di questa storia vanno sempre più perdendosi nei meandri del mio cervello. Devo ormai fa­ticare per risalirne all’inizio, ma con uno sforzo ci riesco. Mi trovai, solitario, a percorrere una buia ed impervia strada di montagna dopo aver terminato un servizio fotografico a Gorgona. La mia automobile saltellava sulle buche del cammino accidentato, mentre la mia mente pensava al resto della troupe che era rimasta in città e aveva preso alloggio in un albergo. Saggia decisione la loro. Io, causa altri impegni, non ero potuto restare ed ero scappato via il prima possibile. L’indomani avrei dovuto iniziare a lavorare per un nuovo e importantissimo servizio a Boscoscuro pratica­mente all’alba e non potevo arrivare in ritardo. Non avevo mai affrontato quel tragitto im­merso nei boschi secolari di montagna prima di allora e mi persi o, almeno, credetti di essermi perso.

Facilis descensus Averno*

 

Cammino solo immerso nel buio della città. Qualche vecchio e sporco lampione non emana suffi­ciente luce per illuminare tutta la strada, ma s'insinua debolmente fra le tenebre. Un maligno vento gelido mi scosta il cappotto e mi fa rabbrividire. Le vie che per­corro sono luride e gli sguardi vuoti degli edifici che le costeggiano mi intimoriscono. Un uomo coperto di cartoni e di stracci sta dormendo accasciato in un an­golo. Continuo a camminare e lo supero senza distur­barlo. Mi pare di scorgere una figura in lontananza, si sta avvicinando con passo veloce. Sembra venire pro­prio verso di me. Credo sia una donna. Mi si ferma da­vanti e si aggrappa al mio collo. Mi fissa negli occhi, l'osservo. Ha i capelli neri, lunghi fino alle spalle e spettinati, forse per colpa di questo fastidioso vento. Il suo volto è sporco e sembra che non sia affatto curato. Dopo pochi istanti avvicina le sue labbra al mio orec­chio sinistro e mi implora di aiutarla. Detto questo fugge via.

Un giorno di pioggia


Anonimi passanti, come scintille di luce, mi sfrecciano accanto velocemente. Nessuno alza il capo per guardarmi, nemmeno per un istante. Come se non esistessi. Alcuni mi urtano, uno si scusa meccanicamente senza nemmeno avermi visto in faccia. Appena mi rendo conto dell'accaduto è già scomparso fra la folla. E' tutto così irreale... Io non esisto, i passanti non esistono, questa strada che sto percorrendo in­consciamente non esiste. Ognuno di noi sta sognando una personale realtà, ma i nostri sogni non s’intersecano, non comunicano. Io mi trovo qui in questo luogo, sono reale, ma nessuno mi vede. Non faccio parte del loro sogno. Rappresento per loro ciò che un passante rappresenta per me, una figura ano­nima che in pochi secondi scompare dalla mia visuale. Dal mio sogno.

Gli angeli caduti


Una strada sulla quale si affacciano logori edifici abitati solo da barboni in cerca di un tetto che li protegga dalle intemperie e dai fantasmi che ricordano il passato.

Le finestre, come orbite oculari vuote di un teschio, non esprimono più la vita di un tempo. Ogni muro termina in una discarica di rifiuti putrescenti debolmente illuminati dai fuochi accesi da alcune anime che tentano di scaldare i propri cuori. Il cielo stellato, incessantemente solcato da mostri meccanici, non più visibile, nascosto da una coltre di smog oleoso e da una ragnatela di strade soprelevate costruite sui vecchi edifici. Un impercettibile, ma costante, strato di polveri incombuste si deposita, secondo dopo secondo, anno dopo anno, su ogni pietra, su ogni rifiuto, su ogni essere vivente.

L'infezione


Il parassita attende. 

Attende.

Il parassita tiene a freno la sua fame ancestrale e attende. Non ha percezione ma sa. Sa che la preda sarà sua. Sa che alla fine la sua natura lo porterà a colpire. Mangiare, divorare. Saziarsi.

Il parassita supera le barriere. Prima o poi lo fa. È per questo che esiste. Non è una volontà malvagia, è un gene ineluttabile. E' ciò che anela in un istinto incosciente.

Il parassita s'insinua. Lento s'insinua. 

Il parassita non ha fretta, il suo pasto deve essere lauto, ma dosato. E' il parassita che decide e controlla ed è nella lentezza che realizza la sua terrificante efficacia. Se colpisse con voracità la vittima reagirebbe.