Olio nero
L'ultimo giorno
Ombre illusorie, nere come una notte senza luna, attraversano la mia strada. Si fermano e mi fissano. Poi se ne vanno dileguandosi nel nulla profondo da cui sono venute. Posso vedere nei loro sguardi bui solamente altre domande. Le ombre scure si affollano attorno a me, vorrebbero impedirmi il cammino, ma, come fossero vecchie ragnatele appesantite e rese grigie dalla polvere, le spezzo con facilità e proseguo. Solo.
L'invarianza dell'atomo
Forse influenzato da ciò che gli adulti dicevano di me o forse guidato da caratteristiche intrinseche, il mio amore per la scienza e per la ricerca non ha tardato a manifestarsi e, già quando ero solo un ragazzino, ero affascinato dai fenomeni fisici e chimici che il mondo mi presentava ed ero desideroso di poterli controllare. Ho avuto la possibilità di frequentare le migliori scuole e iscrivermi alla migliore università esistente grazie alle mie qualità, ma, soprattutto, grazie agli ingenti fondi messi a mia disposizione dalla mia ricchissima famiglia.
Il palazzo
Aprii gli occhi di scatto, come se qualcuno mi avesse svegliato di soprassalto. Ero stordito e mi trovavo in una stanza buia. Mi sentivo molto stanco, avevo dormito sul pavimento in una posizione innaturale come se vi fossi stato gettato malamente. Provai ad ascoltare attentamente, ma non sentii rumori. Sembrava non ci fosse nessuno vicino a me. Nel luogo in cui mi trovavo regnavano le tenebre e, cercando invano una finestra per fare un po' di luce, trovai per caso una porta. Doveva essere costituita di legno molto antico a giudicare da come scricchiolò mentre la aprii. Mi ritrovai così in un ballatoio illuminato. Davanti a me una rampa di scale scendeva a destra e una saliva a sinistra. Non un rumore proveniva dalle due direzioni. Non sapevo assolutamente dove andare né cosa fare, perciò mi soffermai un attimo a pensare. Fino ad allora avevo agito d’istinto. Non avevo mai visto in vita mia quelle scale. Ne ero certo. Non mi ricordavo da che parte ero arrivato in quella stanza in cui mi ero svegliato. Non mi ricordavo, per la verità, nemmeno di esserci arrivato.
Il Guardiano
I ricordi di questa storia vanno sempre più perdendosi nei meandri del mio cervello. Devo ormai faticare per risalirne all’inizio, ma con uno sforzo ci riesco. Mi trovai, solitario, a percorrere una buia ed impervia strada di montagna dopo aver terminato un servizio fotografico a Gorgona. La mia automobile saltellava sulle buche del cammino accidentato, mentre la mia mente pensava al resto della troupe che era rimasta in città e aveva preso alloggio in un albergo. Saggia decisione la loro. Io, causa altri impegni, non ero potuto restare ed ero scappato via il prima possibile. L’indomani avrei dovuto iniziare a lavorare per un nuovo e importantissimo servizio a Boscoscuro praticamente all’alba e non potevo arrivare in ritardo. Non avevo mai affrontato quel tragitto immerso nei boschi secolari di montagna prima di allora e mi persi o, almeno, credetti di essermi perso.
Facilis descensus Averno*
Cammino solo immerso nel buio della città. Qualche vecchio e sporco lampione non emana sufficiente luce per illuminare tutta la strada, ma s'insinua debolmente fra le tenebre. Un maligno vento gelido mi scosta il cappotto e mi fa rabbrividire. Le vie che percorro sono luride e gli sguardi vuoti degli edifici che le costeggiano mi intimoriscono. Un uomo coperto di cartoni e di stracci sta dormendo accasciato in un angolo. Continuo a camminare e lo supero senza disturbarlo. Mi pare di scorgere una figura in lontananza, si sta avvicinando con passo veloce. Sembra venire proprio verso di me. Credo sia una donna. Mi si ferma davanti e si aggrappa al mio collo. Mi fissa negli occhi, l'osservo. Ha i capelli neri, lunghi fino alle spalle e spettinati, forse per colpa di questo fastidioso vento. Il suo volto è sporco e sembra che non sia affatto curato. Dopo pochi istanti avvicina le sue labbra al mio orecchio sinistro e mi implora di aiutarla. Detto questo fugge via.
Un giorno di pioggia
Anonimi passanti, come scintille di luce, mi sfrecciano accanto velocemente. Nessuno alza il capo per guardarmi, nemmeno per un istante. Come se non esistessi. Alcuni mi urtano, uno si scusa meccanicamente senza nemmeno avermi visto in faccia. Appena mi rendo conto dell'accaduto è già scomparso fra la folla. E' tutto così irreale... Io non esisto, i passanti non esistono, questa strada che sto percorrendo inconsciamente non esiste. Ognuno di noi sta sognando una personale realtà, ma i nostri sogni non s’intersecano, non comunicano. Io mi trovo qui in questo luogo, sono reale, ma nessuno mi vede. Non faccio parte del loro sogno. Rappresento per loro ciò che un passante rappresenta per me, una figura anonima che in pochi secondi scompare dalla mia visuale. Dal mio sogno.
Gli angeli caduti
Una strada sulla quale si affacciano logori edifici abitati solo da barboni in cerca di un tetto che li protegga dalle intemperie e dai fantasmi che ricordano il passato.
Le finestre, come orbite oculari vuote di un teschio, non esprimono più la vita di un tempo. Ogni muro termina in una discarica di rifiuti putrescenti debolmente illuminati dai fuochi accesi da alcune anime che tentano di scaldare i propri cuori. Il cielo stellato, incessantemente solcato da mostri meccanici, non più visibile, nascosto da una coltre di smog oleoso e da una ragnatela di strade soprelevate costruite sui vecchi edifici. Un impercettibile, ma costante, strato di polveri incombuste si deposita, secondo dopo secondo, anno dopo anno, su ogni pietra, su ogni rifiuto, su ogni essere vivente.
L'infezione
Il parassita attende.
Attende.
Il parassita tiene a freno la sua fame ancestrale e attende. Non ha percezione ma sa. Sa che la preda sarà sua. Sa che alla fine la sua natura lo porterà a colpire. Mangiare, divorare. Saziarsi.
Il parassita supera le barriere. Prima o poi lo fa. È per questo che esiste. Non è una volontà malvagia, è un gene ineluttabile. E' ciò che anela in un istinto incosciente.
Il parassita s'insinua. Lento s'insinua.
Il parassita non ha fretta, il suo pasto deve essere lauto, ma dosato. E' il parassita che decide e controlla ed è nella lentezza che realizza la sua terrificante efficacia. Se colpisse con voracità la vittima reagirebbe.
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